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Descrizione storica – Controversa l’origine storica sia
dell’abitato di Piazza sia della fortificazione, oggi unico rudere di
quell’insediamento che la tradizione chiama con il nome di “Piazza
Vecchia”. Le fonti documentarie più
antiche sembra provengano dalla cancelleria dei signori di Butera e Paternò, i
conti Enrico e Simone, tra il 1122 e il 1148 d.C. Pare che l’abitato di Piazza
in origine si caratterizzasse come colonia militare e di ripopolamento, presumibilmente
distinta rispetto alla popolazione locale ancora a maggioranza araba. Da ciò
alcuni hanno voluto vedere in questa presunta netta separazione tra nuovo
popolamento e abitanti indigeni anche i germi della futura rivolta che condusse
i piazzesi a non condividere le scelte politiche della corte normanna, avendo
così provocato una serie di tensioni che sfociarono nella famosa rivolta
baronale capeggiata da Ruggero Sclavo, figlio illegittimo del conte Simone, e
la conseguente dura repressione di Guglielmo I nel 1161 d.C., di cui Falcando
fu il principale cronista e conseguenza della quale fu la totale distruzione di
Piazza Vecchia e la ricostruzione del paese in un luogo a quanto sembra non
molto lontano dal precedente. In realtà,
se la testimonianza dello storico Falcando non lascia alcun dubbio sulla
pesante rappresaglia monarchica e sulla conseguente scomparsa dell’antico
abitato di Piazza, dubbi ancor oggi permangono sulla possibile identificazione
di tali ruderi, se mai ancora oggi qualcosa abbia resistito alla furia del
tempo. Tradizionalmente si colloca Piazza Vecchia ad occidente dell’attuale
Piazza Armerina, su di un colle detto Piano Marino. Ne riporta notizia il
Fazello, nell’opera del quale si legge di Piazza Vecchia fondata dai Normanni e
i cui ruderi ancora, nel XVI sec., erano visibili a tre miglia ad occidente
rispetto al ricostruito e attualmente esistente abitato. Acriticamente gli
storici siciliani successivi hanno riportato la notizia. Così il Rocco Pirri e,
ultimo, lo storico locale G. Paolo Chiarandà, nella sua “Storia di Piazza”. Gli
studi più recenti hanno però incentrato l’attenzione sulla distanza espressa
dal Fazello, cioè le tre miglia che dividono la Piazza Nova dalla presunta
Piazza Vecchia e sul fatto che l’effettiva distanza tra questi due citati
luoghi non è di tre miglia, che invece intercorrono tra
l’attuale Piazza e i ruderi della famosa villa del casale, luogo però
non citato dal Fazello. Lo storico di Sciacca ricorda inoltre una distanza di
due miglia tra l’attuale Piazza e monte Navone, secondo alcuni studiosi errando,
poiché tale misura trovasi effettivamente solo tra la villa del Casale e Monte
Navone. A questo punto verrebbe da pensare che il Fazello abbia o errato il
calcolo delle distanze, oppure interpretato come ruderi di Piazza Vecchia
proprio le rovine presso il Casale. Non è possibile verificare la veridicità
delle notizie dello storico. Possibilmente Fazello, intorno alla metà del XVI
sec. d.C., osservava una situazione territoriale, con resti e ruderi, ben più
cospicui rispetto a quanto si osserva ai giorni nostri. Si consideri anche che
nel documento rilasciato dal conte Simone nel 1148 i due toponimi di Piazza
Vecchia e Nuova coesistono, designando due luoghi ancora vivi nel XII sec.
Dunque se è autentico il documento del
1148, nessun trasferimento può essere avvenuto in favore della seconda e a
discapito della prima località, perché gli aggettivi “vecchio” e “nuovo” paiono
non designare una successione cronologica nel tempo, ma una contemporaneità di
due località. Di conseguenza mancano dati sufficientemente attendibili che
possano illuminare sulla problematica legata all’identificazione della località
distrutta da Guglielmo I nel 1161. Si trattava della contrada Casale? Ovvero
dell’abitato sorto lungo le pendici di Monte Navone? Si può solo accennare alla
possibilità che di Monte Navone si trattasse, in base alla preferenza di un
luogo di alta collina ove edificare una fortezza, con relativo abitato, a
salvaguardia dei passi montani limitrofi. Ciò, comunque, non esclude affatto
che i ruderi del casale fossero contemporaneamente abitati, forse da colonie di
musulmani sottomessi al potere normanno. In effetti andare al di là di queste
testimonianze, supponendo l’esistenza di “castra” e “oppida”, forse di origine
bizantina, significa per certi versi travisare i dati forniti dalle fonti
storiche, soprattutto in assenza di indagini archeologiche mirate.
Descrizione topografica e architettonica - Se i ruderi di Monte Navone si potessero
identificare, con assoluta certezza, con quel che rimane dell’abitato distrutto da
Guglielmo I nel 1161, allora si potrebbe affermare con certezza che i resti
presi in analisi sarebbero una delle rare testimonianze isolane di fortificazioni
normanne giunte fino ad età contemporanea. È noto, infatti, che dei tanti
castelli la cui origine normanna è ben attestata da fonti storico/documentarie
solo pochissimi possono vantare strutture architettoniche relamente ascrivibili
all’XI/XII sec. d.C. Secoli di frequentazione, di cataclismi, di guerre e
distruzione hanno spesso stravolto in parte o del tutto gli impianti originari
di tanti castelli siciliani, dei quali rimane, con un po’ di fortuna, solo un
nucleo centrale, possibilmente il mastio, tanto alterato o rimaneggiato da
lasciare poco spazio alla ricerca storico/archeologica. Qualora fossero stati supportati
da una degna ricerca storica, i ruderi di Monte Navone/Piazza Vecchia,
avrebbero rappresentato per lo studio della Sicilia medievale una interessante
eccezione. Un sito abbandonato dopo la distruzione del 1161 e mai più reinsediato,
con cospicui resti fortificati, la cui pianta, la tecnica edilizia,
l’orientamento e l’impianto strategico sarebbero genuina espressione della
mentalità militare normanna, scevra da qualsiasi alterazione aragonese o
spagnola, rappresenterebbe per l’isola un esempio unico e termine di paragone
nei confronti delle tante fortezze o dei molti castelli ancora oggi con dubbio
attribuiti ad epoca normanna. Ma non accade che Monte Navone
sia l’antica Piazza. Non accade che i ruderi di Monte Navone siano senza dubbio
normanni. Quel che rimane è solo pietra su pietra, ruderi dei quali si può solo
raccontare del dato materiale. Forse una ricerca storica più approfondita,
indagini archeologiche mirate potranno in un futuro, si spera prossimo,
illuminare chiaramente sulla questione. I ruderi della fortezza della
presunta antica Piazza si possono interpretare nella forma di un castello a
pianta rettangolare, munito di torri semicircolari edificate lungo i lati corti
del poligono. Il castello, sostanzialmente, è una sorta di compromesso tra lo
spazio concesso dall’altura del monte e le necessità edilizie per la
costruzione di una fortezza a difesa di quei passi collinari che incrociavano
le contrade di Piazza. Nessuna comodità, dunque, per un edificio, il cui compito
essenzialmente era quello di garantire la sicurezza delle zone circostanti, sia
contro possibili invasori, sia contro eventuali sommosse sorte tra gli abitanti
di quei luoghi. Non a caso, infatti, i ruderi del castello di Monte Navone
richiamano alla mente il mastio del castello di Calatabiano, la cui origine si
ritiene normanna. Anche quest’ultima fortificazione, sorta su di un
affioramento roccioso a salvaguardia della foce dell’Alcantara, presenta una
pianta rettangolare stretta e lunga con torri semicircolari presso i due lati
corti. Sempre nel caso di Calatabiano, il nucleo più antico del castello è il
risultato di un compromesso tra esigenze difensive e spazio offerto dalla rocca.
Anche strutture come le fortezze di Francavilla di Sicilia e Maletto richiamano
alla mente forme simili a quelle osservate presso Monte Navone; non si esclude
che anche i ruderi di Ossena, qualora maggiormente leggibili, restituirebbero
un simile impianto che a quanto sembra accomunerebbe alcuni castelli siciliani
la cui origine normanna è solo presunta, ma non del tutto confermata dalle
fonti storiche. Qualora i ruderi di Monte Navone
corrispondessero a quel che rimane dell’antica Piazza, distrutta nel 1161, si
aprirebbero, di conseguenza, nuove possibilità di ricerca e nuovi presupposti
permetterebbero di leggere in maniera più approfondita molti degli impianti
fortificati ritenuti da secoli normanni solo per tradizione popolare.
Bibliografia –
G. P. Chiarandà, Storia di Piazza; Falcandus,
Liber de Regno Sicilie; T. Fazello, De rebus Siculis libri Decades Duae; I.
Nigrelli, Piazza Armerina Medievale,
A.A. Soggiorno e Turismo di Piazza Armerina.
Testi e foto: Giuseppe Tropea
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