Storia e letteratura
Storia
S. Maria di Spanò e il monachesimo cistercense in Sicilia | S. Maria di Spanò e il monachesimo cistercense in Sicilia |
| Scritto da Giuseppe Tropea | |
| Thursday 06 December 2007 | |
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Il monastero cistercense di S. Maria della Stella di Spanò Storia di un monastero perduto
1 – la storia
Il complesso sacro di S. Maria della Stella di Spanò sorge
in una lontana porzione del comune di Randazzo, tra i territori di Bronte,
Adrano e Troina. Il luogo è noto alle carte topografiche con il toponimo di
“Castello di Spanò”. Le superstiti costruzioni dell’abbazia, un edificio sacro
e una torre, trovano ancora oggi posto su di un banco di roccia calcarea tra il
Simeto e il “Fiume di Sotto di Troina”. Ricostruire la storia del monastero di S. Maria di Spanò
risulta impresa alquanto difficoltosa, causa gravi lacune relative alla mancanza
di fonti storiche. Tale vuoto è stato colmato in parte dalle brevi notizie
riportate dal Fazello[1],
utili a definire i capisaldi cronologici del complesso: data di fondazione,
ascrivibile al 1263 d.C. e data di cessione al monastero di S. Maria la Novara,
1310 d.C., infine il nome del fondatore, tale Nicola di Troina, della cui vita
poco è dato sapere. Altri due importanti studiosi per la storia ecclesiastica
isolana, il R. Pirri e V. Amico[2],
ricordano Spanò come grangia di S. Maria la Novara, limitandosi a riferire le
medesime notizie presenti nell’opera del Fazello. Ed infatti quasi a confermare
un’oscurità di notizie protrattasi per circa ottocento anni, il complesso sacro
è stato anche escluso da qualsiasi importante studio inerente la storia o
l’architettura ecclesiastica del medioevo siciliano. Ad aver rischiarato un panorama storico/archeologico
tanto fosco è stato il ritrovamento presso l’archivio storico Medinaceli di
Siviglia dei due documenti inerenti la fondazione e la donazione dell’abbazia[3]. Tale
ritrovamento deve essere considerato di grande, se non di fondamentale
importanza per la storia ecclesiastica e territoriale della Sicilia orientale,
perché se non aggiunge nulla di nuovo in ambito cronologico, permette di
comprendere meglio le dinamiche di dominio e occupazione che l’abbazia seguì
durante quel quarantennio di vita indipendente, prima di passare sotto le
dipendenze del monastero novarese e,
dunque, di cadere in un sostanziale oblio dal quale mai più si riprese, pur
giungendo architettonicamente integro fino ai giorni nostri.
2 – L’architettura A causa della penuria di fonti documentarie, è necessario affiancare il dato archeologico e architettonico[11]. L’edificio sacro si compone di un’aula rettangolare, coperta da volta a botte rinforzata con catenacci lignei e ferrei, e di un transetto triabsidato, nel quale si ricava un presbiterio separato dall’unica navata per mezzo di due gradini e ulteriomente magnificato da un arco trionfale a sesto acuto, sulla sommità del quale pare si trovi la data 1861, anno in cui la chiesa forse subì alcuni restauri. Ciascuna delle tre absidi si caratterizza per la presenza di una piccola monofora, quella dell’abside centrale con una strombatura interna e leggero strombo esterno. Inoltre l’abside centrale[12] all’interno si distingue dal transetto attraverso una coppia di gradini, all’esterno sostiene una seconda più piccola abside, curioso particolare architettonico che non trova comune riscontro in edifici cronologicamente coevi in Sicilia. Il mistero sull’utilità di questa “appendice” si infittisce qualora si consideri che essa, all’interno, non trova alcuna corrispondenza: al di sopra del catino dell’abside principale non si osserva alcuna altra concavità[13]. Sull’effettivo valore storico/artistico di questa singolare aggiunta architettonica non è possibile recare, allo stato attuale degli studi, alcuna conclusione valida ma solo ipotesi, che si basano sui pochi dati conosciuti. Prima cosa, la mancanza di un vano interno al di sopra dell’abside centrale potrebbe essere il risultato dei restauri ottocenteschi, che presumibilmente avrebbero chiuso l’ambiente, creando un’unica parete intonacata al di sopra dell’ogiva dell’abside centrale. Tuttavia è anche possibile che questa piccola struttura non sia stata compresa nel progetto originario della chiesa e che si tratti di una aggiunta posteriore, della cui utilità non siamo comunque informati. Ma anche questa seconda ipotesi al pari della prima non è verificabile, poiché l’intera superficie esterna dell’edificio sacro, tranne il prospetto principale, è stata uniformata attraverso un pesante intonaco grigio, che non permette, tra le altre cose, di apprezzare le peculiarità di una possibile decorazione di epoca medievale. Non è improbabile, infatti, che le absidi fossero arricchite con lesene e archetti, similmente a chiese relativamente coeve come l’Annunziata dei Catalani, S. Maria in Valle (detta “Badiazza”) e S. Francesco a Messina. Qualora non si tratti, a tutti gli effetti, di un piccolo vano sopraelevato rispetto all’abside centrale, quale utilità potrebbe avere un’abside più piccola edificata sulla copertura dell’abside principale? Non è ipotesi impossibile che si tratti di una sepoltura privilegiata, il cui significato simbolico sarebbe molto forte, poiché la chiesa è orientata con l’ingresso principale ad ovest e le asbsidi rivolte a Gerusalemme, dunque verso oriente. Una deposizione tombale al di sopra dell’abside superiore proietterebbe idealmente il defunto, un defunto importante come, ad esempio il primo abate del monastero, in suolo sacro gerosolimitano. Si consideri che l’absidiola probabilmente nel suo interno è cava, giacchè, qualora piena, rischierebbe di sfondare la copertura dell’abside maggiore su cui poggia. Ovviamente non si esclude la possibilità che questa appendice abbia un’altra, per quanto misteriosa, funzione architettonica. Ad est delle absidi della chiesa, sul medesimo affioramento roccioso sul quale si impianta la chiesa del monastero, si possono osservare i ruderi di una struttura circolare: si tratta, presumibilmente, di quel che rimane di un piccolo edificio fortificato, forse una torre circolare, costruita con pietra locale non lavorata, legata insieme da malta e inzeppature di laterizi. Per quanto sia difficile stabilire una qualsiasi corrispondenza cronologica tra i resti della torre e il monastero, quanto rimane di essa testimoneriebbe la presenza di una struttura utilizzata alla stregua di edificio ibrido: sia torre campanaria, sia torre di avvistamento e difesa, similmente a quanto è possibile evincere dal tipikon del monastero del S. Filippo di Demenna, ove il relativo abbate fondatore cita proprio l’edificazione di una torre all’interno del complesso sacro[14]. Ritornando ad analizzare la tecnica edilizia della chiesa, fratture nello spesso intonaco permettono di osservare parte della tecnica muraria, formata da filari di pietrame non lavorato e inzeppato con frammenti di laterizi. Un elemento di grande interesse è il portale d’ingresso posto sul prospetto principale della chiesa[15]: esso è archiacuto e modellato ad archivolti progressivamente rincassati. Intorno al portale la tecnica muraria in conci di calcare ben squadrati contribuisce a magnificare il prospetto principale. Poco sopra l’ogiva dell’ingresso, trova posto un rilievo raffigurante una croce inscritta in un cerchio. Il simbolo, sormontato da due dischi interpretabili come il sole e la luna, è forse uno degli elementi decorativi più importanti dell’intero complesso sacro[16]: potrebbe, infatti, trattarsi della famosa croce ad otto punte dell’Ordine dei Templari. In particolare l’estremità del braccio inferiore di questa croce presenta una terza punta, che è una sorta di peduncolo, il quale starebbe a simboleggiante un pugnale atto a sorreggere la croce medesima, che prende il nome di “croce fichè”. Questo prominente simbolo, qualora coevo alla fase svevo/aragonese del monastero, potrebbe indicare la frequentazione del luogo da parte di Templari. Non si tratterebbe, certamente, di una novità, visto lo stretto legame che tra XII e XIV sec. intercorreva tra la milizia del Tempio e l’ordine cistercense. Fu, ad esempio, proprio Bernardo di Chiaravalle a indirizzare, nel “De Laude Novae Militiae”, la regola monastica dei templari, i quali vestivano alla maniera cistercense, in abito bianco, scandito da una croce rossa. Al di là, comunque, di questi noti rapporti tra i due ordini, ipotizzare una frequentazione dei templari presso S. Maria di Spanò potrebbe aiutare a comprendere meglio le date di fondazione e soprattutto di cessione del complesso sacro al monastero di S. Maria di Novara. L’atto di fondazione ricorda Spanò fondato nel 1263, cioè nel medesimo anno, in cui il papa Urbano IV conferma la scomunica di Manfredi e concede la Sicilia in feudo a Carlo I d’Angiò. Si tratta di un cambiamento epocale per il meridione italiano e per la Sicilia e, soprattutto, significa per gli ordini sacri la fine di un periodo se non dichiaratamente difficile, quanto meno poco favorevole alle nuove fondazioni, vista l’ostilità della corona sveva. In effetti S. Maria di Spanò parrebbe essere il primo monastero cistercense fondato in Sicilia dopo il fallito tentativo legato alla basilica del Murgo presso Agnone Bagni[17] e il complesso di S. Maria dell’Arco presso Noto, entrambi edificati intorno al primo ventennio del XIII sec. d.C.[18] Il documento che sancisce la cessione del complesso sacro porta la data del 1310 d.C. Una data che, a ben vedere, desta alcune perplessità sia perché, in fondo, decreta la fine di un importante monastero appena cinquant’anni dopo la sua fondazione, sia perché viola l’importante clausula, presente e ben evidenziata nell’atto di fondazione, di non ridurre l’abbazia in grangia: “… Volui eciam et decrevi ut predicta abbacia cum omnibus rebus in ea continentis presentibus et futuris sit semper libera et immunis ab omni servicio ecclesiastico et civili et ut nulli alii iurisdictioni subiaceat…”[19]. Comunque, la scelta di donare il complesso di Spanò a S. Maria di Novara si ritiene che possa trovare, almeno in parte, risposta in un privilegio, citato nell’atto di cessione, dei cardinali Giovanni dell’episcopato di S. Rufina, Guido di S. Lorenzo in Lucina, Alberto di Manna dell’ordine dei cistercensi, nel quale si apprende come S. Maria di Spanò, all’inizio sia stata creata effettivamente come filiazione di S. Maria di Novara e solo successivamente sia stata sottratta a tale filiazione e resa di conseguenza indipendente[20]. Per certi versi i discendenti di Nicola di Troina, avendo fatto rientrare il monastero di Spanò sotto il controllo dell’abbazia madre, hanno naturalmente chiuso un cerchio spezzato dal padre cinquant’anni prima. Non può essere ignorato, comunque, un particolare degno di nota: il ritorno del monastero di Spanò alle dipendenze di S. Maria di Novara coincide anche con il periodo di maggior crisi per l’ordine templare, ormai a tutti gli effetti perseguitato e privo della protezione papale. Forse, dunque, uno dei motivi della “precipitosa” riconsegna all’abbazia novarese del complesso sacro di Spanò venne dettato dal voler scongiurare il pericolo di una possibile confisca di beni templari, che possibilmente gravitavano intorno al monastero di S. Maria della Stella. L’ipotesi, certamente suggestiva, non si ritenga poi tanto fantasiosa, poiché documenti di età sveva attestano la presenza di possedimenti templari nei pressi di Paternò[21], abitato sito alcuni chilometri a sud di Spanò. Chiaramente non bisogna escludere, tra i motivi della cessione, anche cause di origine economica strettamente legate al monastero e alla famiglia del fondatore, per quanto l’atto di fondazione, che poi è anche un atto di donazione, elenchi un numero tanto considerevole di beni mobili e immobili, da far escludere la povertà del complesso sacro almeno durante i suoi primi anni di vita. Purtroppo non rimangono documenti utili a ricostruire la storia di questo monastero fino alla fine del medioevo. I restauri ascrivibili alla fine del XIX sec. testimoniano, comunque, la frequentazione del luogo sacro almeno fino al periodo dell’unità d’Italia. Il fenomeno che ha causato i maggiori danni è, senza ombra di dubbio, l’abbandono, iniziato probabilmente già intorno alla metà del ventesimo secolo. Si tratta di lunghi decenni, durante i quali la chiesa è stata progressivamente trasformata in un misero magazzino agricolo. In conclusione, non si dimentichi che oltre all’edificio sacro sopravvivono fino ai giorni nostri altri due edifici, dei quali il primo con orientamento est/ovest si appoggia al prospetto principale della chiesa, il secondo, con orientamento nord/sud, forma con il primo un angolo retto che idealmente chiude lo spazio antistante l’ingresso della chiesa. Si tratta di due corpi di fabbrica a pianta rettangolare che poggiano sul medesimo affioramento di roccia, su cui si fonda la chiesa. Allo stato attuale degli studi non è possibile stabilire né i rapporti cronologici con la chiesa, né l’effettiva destinazione di entrambi i corpi di fabbrica. Sebbene pesantemente rimaneggiati, si dubita che essi possano essere coevi alla fondazione dell’edificio sacro. D’altra parte la grandezza della realizzazione e l’impegno profuso per adattare gli edifici all’irregolarità dell’affioramento roccioso, lasciano intendere che tali strutture vadano ben al di là di una semplice masseria rurale, impiantatasi a fianco dell’antica chiesa. Purtroppo non è stato possibile visitare l’interno delle strutture e ciò limita molto le possibilità di speculazione. Considerando comunque che i luoghi al tempo della fondazione del monastero non permettessero la costruzione di un complesso eccessivamente esteso e che in relazione a ciò il chiostro (oggi del tutto scomparso), attorno al quale sorgevano sempre la sala capitolare e la sagrestia, poteva impiantarsi solamente lungo il fianco meridionale della chiesa o, con soluzione decisamente insolita per i monasteri cistercensi, presso lo spazio antistante il prospetto principale della chiesa, è lecito immaginare che i due edifici superstiti potessero servire, per grandezza e ampiezza, come foresteria, refettorio, dormitorio o infermeria. Destinazione possibilmente ad uso esclusivo dei monaci e, relativamente alla foresteria e all’infermeria[22], di quanti spinti dal bisogno chiedevano ospitalità all’interno del monastero. A causa dell’esiguità dello spazio, infatti, si esclude che in S. Maria di Spanò siano state erette strutture ad uso dei conversi, i quali possibilmente alloggiavano ed esplicavano le mansioni a loro attribuite nelle due non lontane grange di Pietrarossa e Custi. Anche della portineria non si hanno più tracce. Né si può affermare che il complesso di Spanò ne fosse privo, giacchè qualsiasi monastero necessitava di una portineria, vera soglia che separava letteralmente il mondo esterno dall’ecosistema cistercense. Proprio innanzi a un tale cancello si fermava chiunque, dal nobile al contadino, dal novizio al monaco. Purtroppo in mancanza di indagini archeologiche mirate la lettura topografica e architettonica del monastero è destinata a rimanere incompleta.
3 – Il territorio Il più volte citato atto di fondazione, fondamentalmente, aggiunge poco alla cronologia del monastero, già ben testimonaiata da storici del calibro di Fazello, Pirri e V. Amico. In realtà il documento è una preziosissima fonte relativa all’assetto territoriale sul quale il monastero esprimeva egemonia e controllo. E, in effetti, ancora ai giorni nostri è possibile ricostruire, almeno in parte, l’estensione di tale territorio, seguendone incredibilmente i confini e la rete viaria, fino a giungere ad identificare le principali grangie dipendenti da Spanò. Questa ricostruzione, che almeno in parte permette di comprendere l’assetto territoriale in vigore 800 anni fa in questa porzione di area etnea, è possibile grazie alla perfetta condizione di isolamento nel quale il complesso sacro ancora versa, lontano da centri urbani, lontano dall’industrializzazione selvaggia, lontano dalle principali vie di comunicazione, lontano dalla mano devastatrice dell’uomo. Per questo motivo S. Maria di Spanò è un caso unico per la Sicilia, sia per le sopravvivenze architettoniche, sia per le sopravvivenze toponomastiche presenti nel circostante territorio, che trovano in alcuni casi corrispondenza diretta con i toponimi citati nell’atto di fondazione: “… In quo tenimento sunt: vinea una et casalia duo, unum quod dicitur de Apano et aliud quod dicitur Chusti in quo est unum molendinum bonum et alia duo casalia inhabitata videlicet: Carcachi et Petra Russa cum pertinenciis et adiacenciis eorum in quo eciam volo esse grangiam. Item in Troyna ecclesiam Sancti Ypoliti cum tenimentis et possessionibus suis michi iure patrimoniali spectantibus quam volo et statuo esse grangiam predicte abbacie mee quorum tenimentorum et possessionum fines sunt videlicet: secus viam puplicam et iuxta terram Chumati et notarii Petri et ex alia parte est amigdoletum domini Ray; item est super montem pecia terre iuxta viam; item pecia una que dicitur Sandali ad Capurico; item ad serram Scaruye sunt pecies tres; item terra Spano que dicitur Insula Sancte Dominice et ex alia parte est viena Spano et supra viam est alia cultura que dicitur Spano; item ultra Payanum flumen sunt tres contrate Scarilluse ab inferiori parte est fluvius et inde vadit per cristam cristam usque ad viam regiam de Cullury; item in ipso vallone Cullury est terra que dicitur Grutte Stravopodi; item in predicto vallone est alia pecia terre; item in vallone Tromidi est pecia terre, una super quam est que dicitur Charchea; item in tenimento Petrala sunt terre domini Iordani de Trayna quondam nepotis mei que dicuntur Chachima quarum divise sunt hec: primo incipit a Gurna Chachimi et inde assendit per vallonem valonem Sancti Georgii usque dum veniatur ad terram blancam et inde assendit per cristam cristam usque ad petram hedere et inde langram vadit ad montem Characa et inde dessendit per crista crista usque ab arcam carrubbe et inde dessendit per lacum Felethy et inde dessendit ad vallonem domine Sirike et per ipsum vallonem usque ad flumen et sic concluduntur. Item terre patrimoniales in Trayna mei predicti Nicolai condonantis illas predicto meo monasterio sunt hee: in primis est terra Cheramique dicitur terra Spano in contrata Morani, ab oriente habens vallonem magnum qui dicitur Chraonti et ab ocidente est terra Sebne; item aput Randacium domum unam solaratam et vineam unam; item in Francavilla vienam unam cum domo et vegetibus in ea existentibus quam volo esse grangiam; item in civitate Cathanie domum unam solaratam…”[23] .
L’estratto del documento è solo la parte di un lungo
elenco di donazioni che rendono con grande evidenza il complesso monastico già
ampiamente benestante già durante i primi anni d vita. Inoltre l’elenco di beni
immobili lascia intravedere una progettualità di intenti che permette al
monastero di dominare su un territorio ampio e, soprattutto, limitrofo,
mantenendo così un controllo diretto sui possedimenti. Si tratta di un
particolare degno di nota, vista la notoria difficoltà dei tanti monasteri ad
amministrare beni immobili, quali grangie o appezzamenti di terreni, spesso
molto lontani dalla casa madre. Come già affermato, un buon numero di toponimi citati nel
documento possono essere identificati sul terreno attraverso l’utilizzo delle
tavolette IGM 1:25000. I due casali “Carcachi et Petra Russa”, che secondo la
volontà del fondatore sarebbero dovute diventare grangie, sono ancora oggi
esistenti, sebbene in stato di completo abbandono. La contrada Pietra Rossa
trova posto lungo la sponda occidentale del Simeto, lungo una delle principali
vie di comunicazione che ancora oggi portano al monastero. Si riconosce, in
questi luoghi, la presenza di una sola piccola masseria sostanzialmente priva
di qualsiasi retaggio medievale. Nonostante ciò, suscita particolare interesse
la posizione del luogo, vicinissimo ad un corso d’acqua fondamentale per
l’agricoltura antica e moderna di tutta la Sicilia nord-orientale. Inoltre
Pietra Rossa rappresenta un possedimento sostanzialmente di “confine”, quasi a
guardia di un limes, cioè il fiume Simeto, oltre la sponda orientale del quale
il monastero non amministrava alcun territorio.
4 – Viabilità T. Fazello è il più illustre e antico testimone dell’asprezza dei luoghi intorno a Spanò, poiché visitò personalmente tali luoghi nell’anno 1541. Per la sola fortuna della storia e dell’archeologia, il resoconto dell’autore palermitano contiene più di un fondo di verità, che mantiene una qualche importanza anche per l’epoca contemporanea. Infatti la lentezza dello sviluppo economico di questa zona etnea ha permesso che l’assetto territoriale si conservasse quasi inalterato durante i secoli, almeno per quanto riguarda la topografia e, in parte, la toponomastica del territorio (non similmente si può dire per le colture). Il monastero di Spanò e più in generale l’intera zona limitrofa, infatti, è servito esclusivamente da una mediocre trazzera in terra battuta, pronta a trasformarsi in torrente durante le pioggie invernali. Inoltre, non esistono strade carrozzabili che conducono alla sommità del monte Castelluzzo. Fermo restando, dunque, che la quasi totalità della rete stradale della zona è costituita da carraie percorribili solo con lentezza, attraverso un’attenta osservazione della carta IGM 1:25000 di questa porzione di territorio etneo, balza subito all’occhio la presenza di due vie principali che collegano il monastero di S. Maria di Spanò verso est con il fiume Simeto e verso ovest con il Fiumetto di Troina. Probabilmente l’arteria viaria più importante aveva il suo inizio in corrispondenza di quello che oggi reca il nome di “Ponte dei Saraceni”, una magnifica struttura ad arco ogivale che ancora ai giorni nostri rende possibile l’attraversamento del fiume Simeto in corrispondenza di uno dei punti più difficili di tutto il lungo corso del fiume. Quest’arteria, proseguendo verso ovest, subisce una brusca impennata poiché costretta a coprire il notevole dislivello che intercorre tra il letto del fiume e la sommità del monte Castelluzzo. Non a caso, infatti, questo percorso conduce fin alla sommità del monte, per poi costeggiarlo per breve tratto e successivamente discendere e proseguire in direzione ovest fino a raggiungere il monastero di Spanò. Il ponte pur definito “saraceno” non sembra possedere caratteristiche architettoniche tali da poterlo legare ad una presunta origine araba. Gli studi più recenti tendono, piuttosto, a collocare la struttura in un periodo intorno agli inizi/metà del XIV sec. d.C. Vista la notevole influenza della famiglia Spatafora in questa ampia porzione di territorio, non è improbabile che l’edificazione del ponte fosse iniziativa di questa nobile famiglia siciliana, al fine di promuovere e migliorare le vie di comunicazione decisamente scadenti in questa parte della Valle del Simeto. La seconda arteria di comunicazione prende le sue mosse circa quattro chilometri a nord dell’antico ponte, in un punto del fiume Simeto ove il guado è decisamente più agevole. Non a caso in corrispondenza di tale guado trova luogo la contrada Pietrerosse, antica grangia di S. Maria di Spanò. Tale via, oltrepassato il fiume, prosegue in direzione sud-ovest per circa due chilometri, finchè non si congiunge con la via proveniente da Monte Castelluzzo, formando così l’unica principale via di comunicazione che porta al castello sottano di Spanò, oltrepassato il quale la carraia prosegue ancora per circa tre chilometri in direzione sud-ovest fin ad incontrare la strada provinciale 575, che in questa zona costeggia il fiume di sotto di Troina. In quest’ultimo crocevia sorge, ai giorni nostri, un piccolo agglomerato di abitazioni rurali, che potrebbe rappresentare quel che oggi rimane del piccolo borgo di Spanò, sempre che si voglia immaginare la popolazione di queste zone, durante il medioevo, concentrata entro i limiti di un agglomerato di case. Nulla di strano, invece, che la popolazione stessa vivesse sparsa per il contado e che il monastero rappresentasse, insieme a pochi altri piccoli edifici sacri, un punto di riferimento fondamentale in fatto di religiosità, accoglienza e cure mediche[27]. Nel punto in cui le due arterie principali provenienti dal Simeto si incontrano, in realtà principia una terza carraia, oggi realmente disagevole durante il percorso, che prosegue il suo cammino in direzione sud per circa cinque chilometri. Si tratta di una via che ancora oggi tiene in collegamento parti di territorio un tempo inseriti probabilmente all’interno delle concessioni territoriali all’abazia di Spanò, come la contrada della Luna e soprattutto il casale di S. Nicola Atore, nei pressi del quale pare si possano ancora osservare i labili resti di un edificio possibilmente antico e, forse, almeno in parte inglobato in strutture moderne facenti capo ad una grande masseria. Poco più a sud si incontra nuovamente la strada provinciale 575, che conduce, percorsi circa tre km. in direzione est, proprio all’attuale Carcaci, unico borgo che ancora ai giorni nostri mantiene una consistenza edilizia destinata a scomparire a causa del pessimo stato di conservazione delle strutture abbandonate da molti decenni. Da Carcaci, proseguendo in direzione sud-est, in breve tempo si incontra il bivio per Adrano, città che dista pochi chilometri a nord-est e il cui castello un tempo dominava questa ampia parte della valle del Simeto. Con buona probabilità anche la strada provinciale 575 si snoda lungo il percorso di un’antica carraia, un tempo arteria principale di collegamento per tutti gli abitati che gravitavano lungo le sponde del Simeto, quali soprattutto Adrano, S. Maria di Licodia e Paternò. Vista la connotazione spiccatamente rurale del territorio un ulteriore approfondimento della ricerca permetterebbe, soprattutto attraverso uno sfoglio delle fonti cartografiche borboniche, una capillare ricostruzione dell’antica rete viaria medievale, aprendo così nuove prospettive di ricerca soprattutto nell’ambito di quelle dinamiche insediative avvolte ancora nell’oscurità a causa della mancanza di fonti storico/documentarie.
5 – Conclusioni E’ indubbio che la (ri)scoperta di una abbazia cistercense, seppur costruita ai margini di un ampio territorio rurale, e della relativa documentazione, creduta irrimediabilmente scomparsa, getta nuova luce sull’incompleto panorama del medioevo siciliano, soprattutto in quella porzione dell’isola, il comprensorio etneo, flaggellato sovente da catastrofi naturali legate all’ingombrante presenza di un vulcano la cui attività crea spettacolo di anno in anno. Il monastero di S. Maria della Stella di Spanò è di importanza capillare al fine di comprendere le dinamiche di occupazione del territorio sfruttate dai monaci di Citeaux in Sicilia oltre che fondamentale per comprendere l’evoluzione del gusto architettonico sull’isola durante la fine di un secolo, il XIII, conclusosi sotto la perfida egida di rivolte e guerre. Infatti al di là dell’ambito documentario, l’abbazia di Spanò è una testimonianza architettonica ancora vivente e integra, a differenza delle altre abbazie cistercensi edificate lungo la Sicilia orientale e delle quali oggi non rimane altro che qualche illegibile rudere o, peggio, un semplice ricordo nei superstiti atti di fondazione. Ma nel caso specifico siciliano parlare di architettura cistercense per S. Maria di Spanò significa assolutamente parlare di architettura medievale isolana. L’abbazia testimonia la scelta del monachesimo cistercense di non importare in Sicilia modelli d’oltralpe che difficilmente avrebbero trovato terreno fertile in un’isola ove il retaggio culturale arabo/normanno era ancora vivo e persistente. Infatti la chiesa di S. Maria di Spanò poco sembra differire, in pianta e nell’alzato, da un qualsiasi monastero basiliano edificato lungo i Peloritani, com i SS Pietro e Paolo di Agrò o di Itala. Certamente in Spanò si osserva un transetto esternamente più pronunciato rispetto agli edifici sacri di Agrò e Itala, ma la soluzione del presbiterio triabsidato e del cupolino edificato all’incrocio tra aula e transetto non possono non richiamare simili soluzioni presenti, ad esempio, nella chiesa del monastero del S. Filippo di Demenna. L’aspetto decorativo, per quel che è possibile osservare, rimane strettamente legato alla corrente tipicamente sveva osservabile nei castelli di Catania e Siracusa. Anche S. Maria di Spanò si impreziosisce di un magnifico portale gotico ad archivolti rincassati, sebbene la teoria decorativa rimanga all’insegna della sobrietà e della funzionalità. Si è lontano dal quel decorativismo d’eccesso che ad esempio caratterizza la chiesa, altrettanto cistercense, del S. Spirito, ben più antica e di retaggio prettamente normanno. Purtroppo i rimaneggiamenti ottocenteschi presso la chiesa di Spanò limitano ad una visione parziale il decorativismo che possibilmente doveva caratterizzare l’intero perimetro dell’edificio. Ad esempio il prospetto principale è impreziosito, oltre che dal portale ogivale, da una tecnica edilizia composta da blocchi calcarei regolari e ben squadrati, dei quali purtroppo si ignora l’effettiva estensione. Il monachesimo cistercense innovatore della tradizione, dunque? Probabilmente no, semplicemente interprete di una corrente artistica ancora lontana dagli evidenti stravolgimenti che avrebbero caratterizzato l’isola durante il dominio aragonese. Interessante, ma destinata a rimanere insoluta, è la discussione sui presunti rapporti tra i cistercensi di Spanò e i templari che certamente nelle vicinanze possedevano terreni e magioni. La croce presente sulla sommità del portale di S. Maria della Stella potrebbe testimoniare una effettiva frequentazione templare di questi luoghi. Né la croce sembrerebbe prestarsi ad altre interpretazioni diverse da quella relativa ad una appartenenza templare. D’altronde architetture cistercensi fuori dall’isola presentano simboli non dissimili. Inoltre non si possono negare gli stretti rapporti che legavano entrambi gli ordini, rapporti di ordine non solo spirituale, ma anche e soprattutto economico[28]. Non di rado cistercensi e templari gestivano beni in condominio, come nel caso del monastero di Nonenque e della precettoria templare di S. Eulalia[29], o possedimenti terrieri di entrambi gli ordini spesso erano talmente limitrofi da scatenare dispute relative ai confini, come avvenne in Toscana fra i templari di Frosini e i cistercensi di S. Galgano[30]. Purtroppo l’estrema esiguità della documentazione non permette di rilevare casi simili in Sicilia, sebbene spesso il dato territoriale e topografico possa in un certo qual modo aprire un qualche spiraglio di luce. Risulta infatti impensabile che i templari di Paternò e i cistercensi di Spanò non intrattenessero un qualche tipo di relazione, spirituale e materiale. Sebbene si sconosca l’effettiva estensione dei possedimenti templari in questa zona del Simeto[31], comunque è certo che Paternò, tra XII e XIII sec., esercitava una particolare attrazione nei confronti di molti ordini religiosi, militari e non. Oltre a templari e cistercensi, si potevano annoverare benedittini, presenti un po’ su tutto il territorio che andava da Adrano a Paternò con la prioria di S. Leone e il monastero di S. Nicolò de Arena, con la prioria di S. Maria di Robore Grosso e con l’abbazia femminile di S. Lucia di Adrano; inoltre l’abbazia palestinese di S. Maria in valle di Giosafat proprio all’interno dell’abitato di Paternò deteneva una delle sue priorie più importanti in Sicilia; anche l’ordine teutonico nei pressi di Paternò possedeva una prioria, costruita in onore di S. Barbara e dipendente direttamente dalla magione di Palermo; infine non mancavano i giovanniti, che sempre all’interno del paese avevano edificato una commenda[32], della quale nulla più rimane. E pur escludendo dall’elenco grange più o meno piccole ormai del tutto scomparse, si tratta di un elenco fra priorie, abbazie e commende certamente non indifferente per un territorio fertile sì, ma non così esteso. I cistercensi, tutto sommato, furono gli ultimi a giungere e dovettero accontentarsi della periferia. Il perché tanti ordini religiosi si affollassero intorno a Paternò rimane uno dei misteri della storia medievale di Sicilia che difficilmente giungerà a soluzione, certamente non in tempi brevi. E a tal proposito sarebbe necessario riflettere sull’interessante somiglianza che intercorre tra il castello di Paternò e uno dei grandi castelli crociati di Siria e Palestina, la fortezza di Safita, occupata e difesa a lungo dai templari[33]. Un’ultima riflessione merita la committenza che portò alla realizzazione del monastero di Spanò. Una committenza privata, del cui promotore si conosce ancora pochissimo. In effetti per la maggior parte dei monasteri isolani la mano regia è sempre stata presente, almeno dietro le quinte. Comunque nei casi di committenza esclusivamente privata, le famiglie promotrici di fondazioni monastiche erano sempre inserite all’interno della cerchia di nobili vicini alla corte palermitana, come, ad esempio, i De Luci per l’edificazione di S. Maria di Roccamadore[34]. Invece, riguardo ai Da Troina si sconosce anche il titolo nobiliare e si ipotizza solamente una parentela di grado indefinito con la potente famiglia degli Spatafora[35], che tra XIII e XIV effettivamente riuscì a controllare porzioni non indifferenti sia della valle del Simeto che della valle dell’Alcantara. Possedimenti degli Spatafora e dei Da Troina dovevano essere in un certo qual modo limitrofi almeno in quei territori a nord di Adrano. E i Da Troina dovevano presumibilmente godere di una notevole agiatezza economica, se ebbero la possibilità di investire parte del patrimonio per finanziare la costruzione di un’abbazia e per la conseguente dotazione di beni immobili, fra i quali, non si dimentichi, si annoverava Carcaci. Gli Spatafora però mantennero nobiltà e potere per molti decenni successivi alla guerra del Vespro, ai Da Troina invece toccò di scomparire non molto tempo dopo la fondazione del monastero, come inghiottiti dalla nebbia del tempo. Che S. Maria della Stella di Spanò abbia prosciugato le risorse finanziarie della famiglia di Nicola da Troina?
TESTI - Giuseppe Tropea
– Bibliografia
· S. A. Alberti, La basilica del Murgo, in “ Federico II e la Sicilia, dalla terra alla corona”, vol. I, pp. 449-463. · G. Caracausi, Dizionario onomastico della Sicilia, Palermo 1993. · R.Comba, Contadini, signori e mercanti nel Piemonte medievale, Roma-Bari 1988. · R. Comba, Le scelte economiche dei monaci bianchi nel regno di Sicilia (XII-XIII secolo): un modello cistercense?, in “I cistercensi nel mezzogiorno medioevale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano – Latiano – Lecce, 25-27 febbraio 1991)”, a cura di H. Houben e B. Vetere, 1994. · Di Matteo, Paternò, nove secoli di storia e di arte, 1988. · Documenti per servire alla storia d Sicilia, pubblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, prima serie, vol. I, fasc. VII. · Don Matteo Elefante, “Memoria Apologetica” su Randazzo, XV sec. · T. Fazello, De rebus Siculis libri Decades Duae. · C. Filangeri, La chiesa cistercense di Santa Maria di Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, Archivio Storico Messinese, 1995. · S. Fodale, I cistercensi nella Sicilia medievale, in “I cistercensi nel mezzogiorno medioevale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano – Latiano – Lecce, 25-27 febbraio 1991)”, a cura di H. Houben e B. Vetere, 1994. · Fragala: Testaments of Gregory for the Monastery of St. Philip of Fragala in Sicily, in Byzantine Monastic Foundation Documents: A Complete Translation of the Surviving Founders’ Typika and Testaments, edited by John Thomas and Angela Constantinides Hero with the assistance of Giles Constable, published by Dumbarton Oaks Research Library and Collection Washington, D.C., 2000. · Garufi, La contea di Paternò e i de Luci, in “ Archivio storico per la Sicilia Orientale”, anno X, fasc. I, 1913. · G. Guerrieri, I cavalieri templari nel regno di Sicilia, 1909. · T. N. Kinder, I cistercensi, vita quotidiana, cultura e arte, 1998. · M. Mandalari, Ricordi di Sicilia, Randazzo, 1901. · R. Pirro, Sicilia sacra disquisitionibus, emendata A. Mongitore, Palermo 1733. · Plumari, Storia di Randazzo, 2 vol. · R. Schneider, Stadthofe der Zisterzienser: zu ihrer Funktion und Bedeutung, in Zisterzienser Studien, IV, Berlin 1979. · A. Sparti, De Fundazione, dotatione ed dedicatione ecclesie Sancte Marie de Spanò, Archivio Storico Messinese, 1995. · F. Tommasi, Per i rapporti tra templari e cistercensi, orientamenti e indirizzi di ricerca, in << I templari, una vita tra riti cavallereschi e fedeltà alla chiesa>>, atti del I Convegno “ I templari e S. Bernardo di Chiaravalle”, Certosa di Firenze, 23-24 Ottobre 1992.
[1] T. Fazello, De rebus Siculis libri Decades Duae, p. 656. [2] R. Pirro, Sicilia sacra disquisitionibus, emendata A. Mongitore, Palermo 1733, pp. 1304-1305. [3] A. Sparti, De Fundazione, dotatione ed dedicatione ecclesie Sancte Marie de Spanò, Archivio Storico Messinese, 1995, pp. 57-72. [4] G. Caracausi, Dizionario onomastico della Sicilia, Palermo 1993, pp. 1557. [5] Don Matteo Elefante, “Memoria Apologetica” su Randazzo, XV sec. [6] M. Mandalari, Ricordi di Sicilia, Randazzo, 1901, pp. 64-66. [7] Plumari, Storia di Randazzo, 2 vol., vol. I, p. 153. [8] A. Sparti, op. cit., 1995, pp. 66-67. [9] Plumari, op. cit., II, p. 193. [10] Fazello, op cit., II, p. 647; Filangeri, La chiesa cistercense di Santa Maria di Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, Archivio Storico Messinese, 1995, pp. 17-18. [11] Filangeri, op. cit., pp. 13-56. [12] Fra le altre caratteristiche, nonostante lo stato di devastazione generale in cui versa l’interno della chiesa, pare che si possa distinguere lungo lo spessore murario dell’abside principale anche una nicchia, possibilmente utilizzata per riporre oggetti legati alla liturgia sacra. [13] Filangeri, op. cit., pag. 28. [14] Fragala: Testaments of Gregory for the Monastery of St. Philip of Fragala in Sicily, in Byzantine Monastic Foundation Documents: A Complete Translation of the Surviving Founders’ Typika and Testaments, edited by John Thomas and Angela Constantinides Hero with the assistance of Giles Constable, published by Dumbarton Oaks Research Library and Collection Washington, D.C., 2000, pag. 628. Nel caso del S. Filippo di Fragalà si propende a considerare la torre edificata dall’abate Gregorio come un vero e proprio edificio difensivo. [15] Lungo il fianco meridionale dell’edificio sacro è possibile osservare la presenza di un secondo ingresso, oggi barbaramente deturpato da vandali che ne hanno insensatamente asportato le decorazioni. [16] Filangeri, op. cit., 1995, pp. 38, l’autore ricorda la croce come un “ermetico simbolo”. [17] Riguardo ai ruderi in località Agnone Bagni si ricordi soprattutto l’ultimo contributo, fra l’ampia bibliografia di rieferimento: S. A. Alberti, La basilica del Murgo, in “ Federico II e la Sicilia, dalla terra alla corona”, vol. I, pp. 449-463. [18]S. Fodale, I cistercensi nella Sicilia medievale, pag. 355, in “I cistercensi nel mezzogiorno medioevale, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario della nascita di Bernardo di Clairvaux (Martano – Latiano – Lecce, 25-27 febbraio 1991)”, a cura di H. Houben e B. Vetere, 1994. [19] A. Sparti, op. cit., p. 64. [20] A. Sparti, op. cit., p. 61. [21] I documenti di età sveva tendono nella maggior parte dei casi a riconfernare donazioni ottenute dai templari già in epoca normanna. Si consideri comunque che tali atti risalgono tutti al primo ventennio del regno di Federico II. G. Guerrieri, I cavalieri templari nel regno di Sicilia, 1909, pp. 15-30. [22] Mancano studi approfonditi riguardo al servizio medico offerto dai monaci bianchi ai laici dimoranti nei territori circostanti i monasteri cistercensi. Un accenno all’importanza della questione in: T. N. Kinder, I cistercensi, vita quotidiana, cultura e arte, 1998, pag. 367. [23] A. Sparti, op. cit., 1995, pp. 63-65. [24] Documenti per servire alla storia d Sicilia, pubblicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, prima serie, vol. I, fasc. VII., pp. 153-154. [25] In generale sulle “Stadthofe” cistercensi: R. Schneider, Stadthofe der Zisterzienser: zu ihrer Funktion und Bedeutung, in Zisterzienser Studien, IV, Berlin 1979, pp. 11-28. Relativamente a possibili casi italiani di abitazioni cittadine usate dai cistercensi come punti per lo smercio dei prodotti monastici solo un accenno in R. Comba, Le scelte economiche dei monaci bianchi nel regno di Sicilia (XII-XIII secolo): un modello cistercense?, in “I cistercensi nel mezzogiorno medioevale…”, pag. 158-159, 1994; più diffusamente, ma solo per l’Italia nord-occidentale, R.Comba, Contadini, signori e mercanti nel Piemonte medievale, Roma-Bari 1988, pag. 36 e sgg. [26] Plumari, op. cit., I, pag. 324. [27] Nei monasteri più grandi si contavano almeno tre infermerie, una per i monaci, una per i conversi e una attigua alla foresteria e dedicata ai laici, poveri o illustri, necessitanti di cure. Mancano dati sufficienti per poter confermare una simile articolazione dell’assistenza anche presso Spanò. T. Kinder, op. cit. pp. 356-359. [28] F. Tommasi, Per i rapporti tra templari e cistercensi, orientamenti e indirizzi di ricerca, in << I templari, una vita tra riti cavallereschi e fedeltà alla chiesa>>, atti del I Convegno “ I templari e S. Bernardo di Chiaravalle”, Certosa di Firenze, 23-24 Ottobre 1992, pp. 227-274. [29] F. Tommasi, op. cit., pag. 236, nota 36. [30] F. Tommasi, op. cit., pag. 235. [31] G. Guerreri, I cavalieri templari nel regno di Sicilia, pag. 29. Nell’agosto del 1209 vennero donati ai templari di Messina alcune terre presso Paternò. Un atto simile si registra anche per il 1216, secondo volontà della regina Costanza. [32] Di Matteo, Paternò, nove secoli di storia e di arte, pp. 58-203. [33] M. Barber, [34] Garufi, La contea di Paternò e i de Luci, in “ Archivio storico per la Sicilia Orientale”, anno X, fasc. I, 1913, pp. 161-180. [35] Filangeri, op. cit., 1995, pp. 22, nota 24. |
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| Ultimo aggiornamento ( Wednesday 22 July 2009 ) |
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