Storia e letteratura
Storia
I cistercensi in Sicilia | I cistercensi in Sicilia |
| Scritto da Giuseppe Tropea | |
| Wednesday 13 June 2007 | |
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Le origini del movimento cistercense in Sicilia (XII-XIII sec. d.C.)
a) Introduzione: i cistercensi in Sicilia, una storia degli studi
Il movimento monastico cistercense non è stato mai oggetto, in Sicilia, di pubblicazioni indirizzate a ricostruirne la storia o ad analizzare le novità culturali introdotte nell’isola dall’ordine. L’unica opera che con il necessario approfondimento storico parla dei monaci giunti nell’isola da Chiaravalle è “ Il monachesimo latino nella Sicilia normanna”, di L.T. White jr.[1] Il pregio di questo scritto è indiscusso, non solo per la sua eccezionale completezza, ma anche per la lucidità utilizzata dall’autore verso tutti i documenti analizzati. L’opera dedica ampio spazio al movimento cistercense in Sicilia, analizzando le problematiche relative alla fondazione della prima abbazia nel Regno e successivamente elencando e commentando la storia dei principali monasteri sorti sull’isola. Purtroppo l’elenco è ben lungi dall’essere completo, soprattutto perché White si limita a seguire gli sviluppi dell’ordine monastico fino alla fine del regno normanno, affatto accennando all’evoluzione del movimento religioso durante la dinastia sveva, angioina ed aragonese. Merita ricordo anche lo scritto di C. A. Garufi, “Per la storia dei monasteri di Sicilia nel tempo normanno”[2], che segue di pochi anni l’opera di White. Purtroppo Garufi si limita ad elencare molti dei monasteri fondati o rifondati in epoca normanna, dedicando però solo pochi accenni al movimento cistercense isolano. Lo scritto che, invece, presenta un elenco maggiormente completo di abbazie cistercensi siciliane, seguendone soprattutto la loro storia ed evoluzione sino alla metà del XVIII sec. è l’insostituibile “Sicilia sacra disquisitionibus”[3], frutto del decennale e paziente lavoro dell’illustre R. Pirro, storico regio. L’opera, vastissima, presenta però delle limitazioni relativamente all’esegesi delle fonti storiche, non sempre imparziale ed esente da errori di interpretazione, e relativamente alla quantità di documenti analizzata dall’autore, esigua per i secoli XII-XIV d.C. Escluse queste due grandi opere, il panorama degli studi si riduce a contributi realizzati nei confronti di singoli monasteri, con particolare attenzione rivolta verso quelli fondati in Palermo. Riguardo all’abbazia del S. Spirito bisogna ricordare l’opera a cura del Mongitore, “Il monastero di S. Spirito”[4], manoscritto e successivamente pubblicato alla fine del XIX sec. da V. Di Giovanni. Per il monastero della S. Trinità vi sono, sempre a cura dell’insostituibile Mongitore, i “Monumenta historica sacrae Domus Mansionis SS. Trinitatos Militaris Ordinis Theutonicorum urbis Panormi”[5], che però dedicano alla fase cistercense dell’abbazia solo i paragrafi iniziali. Sembra che non molto altro si possa trovare di scientificamente accettabile nei confronti di tutti gli altri monasteri elencati dal White, senza la cui ricostruzione storica ai giorni nostri apprenderemmo non molto di più rispetto a quanto scritto dal Pirri agli inizi del XVIII sec. Anche il panorama sugli studi architettonici si presenta altrettanto limitato. Insostituibile è lo scritto di G. Di Stefano, “L’achitettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII”[6], dove è possibile trovare una riflessione approfondita non solo su alcuni dei monumenti più importanti edificati dai cistercensi sull’isola, ma anche sulle novità culturali e artistiche sviluppatesi in Sicilia con l’arrivo dei monaci di Chiaravalle, l’autore focalizzando maggiormente l’attenzione al XIII sec. Di Stefano è uno fra gli studiosi d’arte medievale siciliana più capaci del XX secolo. Le opere dei suoi colleghi più o meno contemporanei raramente giungono alla stessa chiarezza di vedute. Rappresenta un’eccezione certamente G. Agnello, “L’architettura sveva in Sicilia”, “L’architettura militare e civile sveva in Sicilia”, il quale purtroppo ha dedicato buona parte dei suoi studi all’architettura sveva, trattando dunque solo marginalmente delle manifestazioni artistiche cistercensi. Non cambia l’ottica nemmeno osservando contributi di studio più recenti, come nel caso di G. Bellafiore e la sua “Architettura dell’età sveva in Sicilia”[7], opera nella quale l’autore dedica solo alcuni accenni all’architettura, inquadrandola nell’ottica delle manifestazioni culturali imperiali in Sicilia. In sostanza, a fronte dell’ampia attenzione spesa in favore dell’arte isolana nei secoli XI/XIII d.C., l’architettura dei monasteri cistercensi siciliani gode di pochi contributi, sebbene di valore, e spesso si confonde all’interno di ampie trattazioni indirizzate allo studio della cultura artistica dei normanni o degli svevi in Sicilia. Il panorama storico migliora solo leggermente qualora si esaminino gli scritti relativi a singoli monumenti. Particolarmente degno di nota è il testo “Les cisterciens de la Magione de Palerme: un essa de reconstrucion des origines du monastere de la Sainte-Trinitè” di Kristjan Toomaspoeg[8]. L’autore, dopo decenni di continuo e stanco ripetere di studi ormai più che noti, relativamente alla Magione di Palermo riprende tutta la documentazione raccolta alla metà del XVIII sec. dal Mongitore, gli studi del White e tutte le successive rielaborazioni, al fine di delineare al meglio la storia di questo monastero. Purtroppo esigui gli accenni all’architettura. Infine, a C. Filangeri e ad A. Sparti si riconosca il merito di aver almeno posto l’attenzione su una delle abbazie cistercensi siciliane, la cui memoria incredibilmente si era smarrita tra le nebbie del tempo. Il primo, autore de “La chiesa cistercense di Santa Maria della Stella a Spanò (Randazzo) fra documenti scritti e documenti di pietra”[9], non solo dona nuova luce alla storia di questo monastero, ma anche offre un’ottima analisi architettonica ed artistica del monumento, regalando ai lettori un pezzo di passato siciliano rimasto miracolosamente intatto dopo secoli di lunga vita e inspiegabilmente ignorato da tanti illustri studiosi siciliani. A. Sparti, “De fundatione, dotatione et dedicatione ecclesie Sancte Marie de Spanò”[10] completa il cammino intrapreso dal Filangeri pubblicando gli atti di fondazione e cessione del monastero di Spanò, documenti siciliani smarriti un tempo e alcuni anni fa ritrovati in un archivio di Siviglia, sottolineando quanta parte della storia di Sicilia è stata rapita dal governo vicereale spagnolo durante la sua dipartita dall’isola.
b) Le origini del movimento cistercense in Sicilia
Stabilire l’esatta origine del movimento cistercense nell’isola è tanto complesso, quanto complicati erano i rapporti tra il massimo rappresentante di questo movimento religioso, Bernardo di Chiaravalle, e il re di Sicilia, Ruggero II[11]. Risulta impossibile stabilire l’anno esatto, durante il quale una spedizione di monaci cistercensi percorse il meridione d’Italia, con lo scopo ben preciso di fondare la prima vera colonia monastica in un territorio considerato ostile fino a pochi anni prima. Probabilmente un tale avvicinamento tra le due opposte fazioni sarà stato il risultato dei distesi rapporti tra corona siciliana e papato dopo le famose Assise di Ariano, intorno al 1140 d.C. Alcune epistole di S. Bernardo[12], risalenti proprio a questo decennio, chiariscono solo sulla dinamica attraverso la quale il movimento cistercense ottenne le prime fondazioni lungo il regno di Sicilia. Si apprende, ad esempio, che fu Ruggero II a mandare un certo Alfano direttamente a Chiaravalle al fine di chiedere al santo di inviare un gruppo di monaci verso il nuovo regno di Sicilia. E costoro giunsero, accompagnando una certa Elisabetta, figlia del conte di Champagne e futura sposa del Duca Ruggero, leggittimo erede al trono. Fra questi monaci mancava, però, la persona di Bernardo, la cui assenza il santo avrebbe giustificato in una missiva databile agli inizi del 1141[13]. Ma non è dato sapere con certezza il nome della prima fondazione cistercense nel regno di Sicilia. Secondo alcuni studiosi si tratterebbe del monastero calabro di S. Nicola di Filocastro[14], in precedenza chiesa basiliana. Purtroppo, varcato lo stretto, le notizie storiche diventano più incerte, causa la penuria di fonti storico/documentarie. In linea di massina si ritiene che la prima fondazione monastica in Sicilia sia avvenuta durante il ventennio 1150-1160 o comunque intorno alla fine del regno di Ruggero II e gli inizi del regno di Guglielmo I. Questa fondazione, secondo alcune fonti storiche, potrebbe far capo al monastero di S. Maria di Novara di Sicilia[15], odierno abitato sito al centro dei Peloritani, a metà strada tra Messina e Catania. In realtà le fonti storiche che riportano tale ipotesi, per quanto antiche, non superano la metà del XVIII sec. d.C.[16] e soprattutto non fanno capo ad alcun documento più antico dell’ultimo decennio del XII sec. d.C. La mancanza di un atto di fondazione che attesti la vetustità della fondazione novarese ha spinto gli storici contemporanei a volgere lo sguardo altrove nell’isola. Si è soliti considerare primo patrono dei cistercensi in Sicilia Matteo Bonello, il quale avrebbe promosso la fondazione di S. Angelo di Prizzi, probabile prioria di Fossanova[17], durante gli anni 1150-1160[18], come conferma un privilegio di Guglielmo I risalente al 1161[19]. La nascita di questo monastero sembrerebbe entrare all’interno di particolari iniziative rivolte anche ad ospitare gruppi di religiosi profughi dalla Terra Santa in seguito alle sconfitte inflitte ai crociati da Saladino durante gli anni della conquista di Gerusalemme[20]. Tale ipotesi troverebbe conferma nella repentina fondazione, avvenuta nello stesso decennio, di un'altra prioria cistercense sempre a Prizzi, S. Cristoforo, ad opera sempre del Bonello e dipendente dall’abbazia calabrese di S. Stefano del Bosco[21]. Infine, nell’incertezza data dalle fonti storiche anche la città di Palermo vorrebbe reclamare il primato connesso alla fondazione della prima abbazia cistercense sull’isola: si tratta del monastero della S. Trinità, la cui data di fondazione, accettata da molti storici a partire dal Fazello, pare faccia riferimento a un diploma datato al 1150 d.C. ed emanato da Guglielmo I[22]. Come rivelato da studi recenti, si tratta di una incongruenza cronologica, poiché Guglielmo I risulta essere stato incoronato non prima dell’aprile del 1151 e l’inizio del suo governo risale al 1154. Si tratta dunque di un errore cronologico, anche piuttosto evidente, che non implica l’inesistenza del diploma, semmai la sua possibile datazione ad epoca successiva, forse sotto il regno di Guglielmo II[23]. A riprova di ciò vi sarebbero le tavole cronolgiche cistercensi, le quali affermano che l’abbazia della S. Trinità di Palermo sarebbe una filiazione del S. Spirito, sito sempre in Palermo ed edificato non prima del 1170 d.C.
c) Le fondazioni cistercensi in Sicilia dopo il 1160 d.C.
Per quanto le notizie lascino molti dubbi riguardo alle origini del movimento cistercense in Sicilia, è possibile ritenere che durante il regno di Guglielmo I siano già attive le due abbazie di Prizzi, in provincia di Agrigento. Ma in verità, solo a partire dal regno di Guglielmo II i monaci provenienti da Chiaravalle riescono con maggiore facilità a moltiplicare le loro fondazioni, innestandosi finalmente all’interno del movmento monastico isolano, fino ad allora prepotentemente in mano di basiliani e benedettini. Intorno al 1170 d.C. sorge presso Refesio, in provincia di Agrigento, l’abbazia della S. Trinità[24]; a Palermo, tra il 1173 e il 1177, risulta fondato il monastero del S. Spirito, celebre luogo ove ebbe inizio il Vespro siciliano[25]. Secondo i registri cistercensi l’abbazia di S. Maria di Novara dovrebbe aver avuto luce certamente dopo il 1160. Mancando di tale istituto religioso, come è stato già accennato, l’atto di fondazione, rimane ad appannaggio degli storici un solo documento risalente al 1195 d.C., nel quale si elencano alcune concessioni relative a libertà di pascolo[26]. Da un atto del 1193 d.C. apprendiamo della fondazione dell’abbazia di S. Maria di Roccamadore, avvenuta per volontà di un certo Bartolomeo di Luci[27]. Il monastero venne edificato presso Tremestieri, un abitato sito 2 km. a sud di Messina e oggi completamente integrato nella periferia del capoluogo. I primi monaci che si insediarono nella nuova struttura monastica probabilmente provenivano dal non lontano monastero di S. Maria di Novara. La conferma della fondazione di quest’ultima abbazia messinese avviene pochi mesi dopo, in un atto del settembre del 1194 d.C., nel quale l’arcivescovo Riccardo concede al medesimo Bartolomeo di edificare il monastero di Roccamadore[28]. Roccamadore chiude il novero delle abbazie cistercensi edificate sotto il regno normanno e contemporaneamente apre l’epoca dell’espansione cistercense sotto il dominio svevo dell’isola. Federico II promuove, entro il suo primo ventennio di regno, in Sicilia una serie di fondazioni legate al movimento di Chiaravalle. Il monastero di S. Maria di Roccadia dovrebbe, in proposito, essere la prima fondazione cistercense avvenuta probabilmente quando l’imperatore era ancora bambino. In effetti il primo documento relativo a tale istituto sacro risale a non prima del 1224[29]. Si tratta di un atto nel quale l’imperatore si limita a restituire tutte le concessioni e i privilegi donati all’abbazia prima della sua incoronazione. In base a tale affermazione si è soliti ritenere che la fondazione di S. Maria di Roccadia sia avvenuta intorno al 1199[30]. Tale istituto religioso, comunque, pare che durante i secoli di lunga vita abbia subito diverse vicissitudini: non molto tempo dopo la fondazione del monastero, Federico II ne ordinò la ricostruzione in un luogo più vicino al mare, in località Agnone, ove oggi si possono osservare i ruderi di una grande basilica a tre navate, mai completata[31]. Si presume che i monaci non abbiamo mai abbandonato la loro antica sede, che venne distrutta e prontamente ricostruita in situ, come testimonia un diploma di re Manfredi, databile al 1263[32]. Infine le strutture dell’abbazia vennero del tutto obliterate dal tremendo terremoto del 1693[33]. In seguito a ciò i monaci furono trasferiti all’interno dell’attuale abitato di Carlentini. Alcuni anni dopo la fondazione di Roccadia venne presumibilmente iniziata la costruzione del monastero di S. Maria de Arco, presso Noto. Di tale abbazia cistercense è giunto ai giorni nostri un diploma datato al 1212[34], nel quale si ricorda l’istituto sacro come già fondato. Si ritiene, dunque, che le strutture edilizie di tale monastero abbiano visto luce entro il primo decennio del regno di Federico II. Il diploma, infatti, non ricorda concessioni avvenute prima dell’incoronazione dell’imperatore. Il monachesimo cistercense prosegue la sua espansione anche dopo la morte di Federico II. All’anno 1263 risale l’atto di fondazione dell’abbazia di S. Maria della Stella, presso Spanò, contrada a pochi chilometri a nord di Adrano. Fino agli inizi degli anni ’90 del XX sec. di tale edificio sacro si conoscevano solo le poche notizie tramandate dagli storici siciliani[35] di XVII e XVIII sec. La scoperta di numerosi documenti legati alla storia di Sicilia presso il fondo Medinaceli di Siviglia ha permesso di ricostruire con maggiore capillarità le vicissitudini di questo istituto sacro[36]. Dall’atto di fondazione si apprendono le cospicue donazioni fatte al monastero, il quale soprintendeva ad un territorio relativamente vasto, ma soprattutto raccolto intorno al luogo di fondazione. Il documento, inoltre, riporta una complessa toponomastica ancora oggi per buona parte rintracciabile sulle carte topografiche 1:25000 dell’IGM, consentendo una verisimile ricostruzione del dominio territoriale di questo monastero cistercense. Si tratta di un caso praticamente unico almeno per questa parte della Sicilia orientale. L’abbazia di Spanò non ha destato una grande attenzione da parte degli storici siciliani poiché alcuni decenni dopo la sua fondazione, esattamente nel 1310 d.C.[37], essa venne ceduta in qualità di grangia alla ben più antica abbazia di S. Maria di Novara di Sicilia, che pare l’abbia amministrata per oltre un secolo, presumibilmente fino alle soglie dell’età moderna. Oltre alla fondazione di S. Maria di Spanò, ben poco si conosce delle attività dei cistercensi nell’isola durante il breve regno angioino. Dopo la guerra del Vespro e durante i lunghi anni di lotta tra aragonesi e angioini per il possesso della Sicilia, i monaci di Chiaravalle riescono a strappare alla precaria corona d’Aragona almeno una fondazione di un certo rilievo: S. Maria di Altofonte, detta anche del Parco, non lontana da Palermo. S. Maria di Altofonte venne fondata nei pressi di una famosa riserva di caccia per i re normanni. Sembra che il medesimo luogo abbia in tempi ancor più remoti ospitato un altro istituto sacro, successivamente devastato dalle invasioni musulmane. Ad ogni modo, da un diploma regio di Federico III si apprende che la fondazione del monastero cistercense entro il primo decennio del XIV sec. e per l’esattezza nel 1307[38]. Nel lungo documento si elencano numerosi privilegi e concessioni, nonché ampie donazioni territoriali dentro e fuori l’abitato di Palermo. Lo stile asciutto, conciso e avaro di beneficienze tipico dei documenti svevi svanisce e lascia, almeno in apparenza, il posto ad una precisa volontà della corona aragonese di rafforzare questo movimento monastico nell’isola. Infatti, in breve tempo, S. Maria di Altofonte sembra diventare uno dei monasteri più influenti e longevi d Sicilia, evitando con grande agilità la trappola del regime di commenda.
d) Cenni di architettura e topografia
Le numerose fondazioni, che nell’arco di quasi tre secoli hanno occupato ampie porzioni del territorio isolano, ai giorni nostri lasciano purtroppo poche attestazioni architettoniche di rilievo. Solo in alcuni casi è possibile osservare cospicui resti dell’abbazia madre. Nella grande maggioranza dei casi le grange risultano del tutto scomparse nella densa nebbia del tempo. Riguardo alla Sicilia orientale, pare che i resti attuali del monastero di Roccamadore siano stati adibiti a residenza signorile, privata e dunque difficilmente accessibile. L’abbazia agli inizi del XVIII sec. si trovava in tale stato di degrado che nel 1712 l’abate cistercense Agostino Gemelli promosse interventi di restauro, della cui entità poco si conosce[39]. Situazione diversa si può osservare per S. Maria di Novara di Sicilia. L’originaria abbazia sorgeva ai piedi di una immensa mole rocciosa, che attualmente prende il nome di Rocca Salvatesta, presso la quale si stende un ampio pianoro, che in alcune porzioni restituisce evidenti, ma non cospicui, resti architettonici. In questi luoghi tanto aspri l’unico elemento assolutamente evidente, e che per certi versi lascia anche stupiti, è l’assidua frequentazione che ha subito questo piccolo altipiano nell’arco di lunghi secoli. Sembra che successivamente il monastero venisse ricostruito, in luogo certamente meno isolato, lungo un torrente non lontano dall’attuale frazione di S. Basilio, vicino Novara di Sicilia. La carta topografica 1:25000 dell’IGM riporta, nei pressi del toponimo dell’abitato, la località del monastero, presso il quale ai giorni nostri si può osservare un piccolo edificio sacro ampiamente rimaneggiato, ma con ancora evidenti tracce architettoniche di epoca medievale[40]. Proseguendo da nord verso sud, a pochi chilometri a settentrione di Adrano si stende la contrada Spanò, presso la quale si erge maestoso e silenzioso il complesso monastico di S. Maria della Stella. Per la Sicilia orientale il monastero di Spanò è l’unico complesso sacro cistercense ad aver superato i disastri del tempo in maniera quasi indenne, qualora non si considerino gli ultimi rifacimenti ottocenteschi, che hanno un po’ alterato l’aspetto esterno ed interno della chiesa. L’edificio sacro si presenta orientato est-ovest, con tre absidi semicircolari, ad unica navata interna e con un sontuoso portale gotico ad archivolti progressivamente rincassati e abbelliti da fregi con decorazione a meandro. Oltre al portale, non vi è altra traccia di decorazione scultorea. Anche l’interno è del tutto spoglio e obliterato da un intonaco bianco che copre ogni centimetro quadrato delle pareti interne[41]. Si è già detto che a tre miglia ad est di Lentini un tempo doveva sorgere l’abbazia di S. Maria di Roccadia. Ruderi cospicui del monastero dovevano essere ancora ben visibili intorno alla metà del XVIII sec.[42], ma ai giorni nostri, purtroppo, sembra che nulla rimanga dell’antica struttura monastica e perfino il luogo di fondazione rimane incerto. In effetti la carta topografica 1:25000 di Lentini non è altrettanto fornita di dati toponomastici utili tanto quanto quella di Novara di Sicilia; però a ben guardare, poco oltre tre chilometri a est di Lentini vi sono alcune masserie agricole che ripotano interessanti toponimi che potrebbero richiamare la presenza di un antico complesso sacro[43]. Invece, ben altro discorso è possibile affrontare riguardo alla località di Agnone Bagni, nei pressi della quale sorge una grande masseria che si è letteralmente impiantata sui ruderi della grande basilica cistercense, mai completata sotto il regno di Federico II. I resti sono stati oggetto di attento studio e oggi attendono una valorizzazione, che probabilmente è ancora lontanissima dal giungere[44]. Rimanendo lungo la Sicilia orientale, purtroppo nulla è possibile dire sul monastero di S. Maria dell’Arco sita presso Noto. L’abitato, come buona parte dell’isola, venne completamente raso al suolo dal terremoto del 1693 e, successivamente, fu ricostruito più a valle. E’ lecito supporre che anche l’abbazia abbia seguito, in quel tempo, il tragico destino dell’intero paese. A Palermo, l’abbazia della S. Trinità si conserva pressocchè intatta, sebbene il suo aspetto attuale è il risultato di pesanti rifacimenti e restauri avvenuti agli inizi degli anni trenta del XX sec. Soprattutto la facciata, profondamente trasformata in epoca borbonica in uno scialbo stile dorico a colonne, adesso mostra quella severità normanna dell’epoca di Guglielmo I, in parte anche frutto dell’interpretazione dell’architetto restauratore[45]. Anche la chiesa del monastero del S. Spirito[46], sempre sito in Palermo, giunge fino ai giorni nostri relativamente intatto, pur con tutti i suoi rifacimenti ed adattamenti, avvenuti durante i lunghi secoli di vita. L’edificio presenta caratteristiche architettoniche decorative tipiche del tardo periodo normanno: in particolare le tre absidi sono impreziosite dal comune intreccio di archetti ciechi su lesene, che in questo caso esaltano le finestre incorniciate da bugne a guancialetto. Entrambe le chiese cistercensi di Palermo possiedono, inoltre, la comune pianta basilicale allungata, con aula divisa in tre navate e pronunciato transetto che esalta una zona presbiteriale rigorosamente triabsidata. Indugiando ancora in provincia di Palermo, purtroppo nulla è possibile dire sull’abbazia di S. Maria di Altofonte, della cui struttura originaria non rimane nulla. Sembra che dopo il terremoto del 1693 i monaci cistercensi venissero alloggiati presso nuovi edifici. Solo le fonti storiche ricordano che il monastero, in epoca aragonese, venne ricavato dalle strutture del palazzo residenziale dei re normanni, che in questi luoghi solevano indugiare, conducendo le loro attività di caccia[47]. Infine, in provincia di Agrigento, nei pressi di Rifesi si dovrebbero conservare intatte le strutture della chiesa un tempo facente parte dell’abbazia di S. Maria di Refesio. L’edificio sacro era ancora esistente agli inizi degli anni ’30 del XX sec. e da quel che si può intuire dalle pochissime fotografie scattate all’epoca[48], esso presentava una pianta basilicale allungata, un transetto poco pronunciato e un presbiterio triabsidato. All’intorno è possibile osservare la comune decorazione ad archi ciechi e lesene.
In conclusione,
lo scritto qui presente non è altro che il risultato di una preliminare
“ricognizione” sulle problematiche relative alla nascita e allo svilippo
durante i secoli del medioevo del movimento monastico cistercense in Sicilia. Si
tratta certamente di un argomento vasto e impegnativo, che si vorrà affrontare
dividendo l’opera in due grandi sezioni: una sezione storica, nella quale si
tenterà di ricostruire la storia di ogni singolo monastero fino alla fine del
medioevo, che di solito, per molte abbazie di Sicilia, corrisponde all’inizio
del regime di commenda; una sezione topografico/archeologica, nella quale si
proverà, congiuntamente ad una attenta analisi architettonica dell’edificio ancora
esistente, a delineare il dominio
territoriale del singolo monastero sulla base delle fonti storiche e con
l’ausilio della cartografia 1:25000, della quale si è già accennato per i casi
di Novara di Sicilia, Spanò e Roccadia
Testi: Giuseppe Tropea
f) Bibliografia
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Travali, I diplomi angioini dell'Archivio di Stato di Palermo, 1886. - Ugo di Natale, Novara di Sicilia, Palermo 1968. - F. Valenti, L’arte nell’era normanna, in “Il regno normanno, conerenze tenute a Palermo per l’VIII centenario dell’incoronazione di Ruggero a Re di Sicilia. A cura della sezione di Palermo dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura”, Messina 1929. - E. Vancard, Vie de Saint Bernard, 2 voll., Parigi 1927. - L. T. White jr., Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, ristampa 1984. [1] L. T. White jr., Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, ristampa 1984. [2] C. A. Garufi, Per la storia dei monasteri di Sicilia nel tempo normanno, in “Archivio Storico per la Sicilia” num. VI 1940, pp. 1-96. [3] R. Pirro, Sicilia sacra disquisitionibus, emendata A. Mongitore, Palermo 1733. [4] A. Mongitore, Il monastero di S. Spirito, pubblicato da MS Qq E 5 della Bib. Com. Palermo da V. di Giovanni. [5] A. Mongitore, Monumenta historica sacrae Domus Mansionis SS. Trinitatos Militaris Ordinis Theutonicorum urbis Panormi, Palermo 1721. [6] G. Di Stefano, L’achitettura religiosa in Sicilia nel sec. XIII, in “Archivio Storico per la Sicilia” num. IV-V, 1938-1939, pp. 40-82. [7] G. Bellafiore, “Architettura dell’età sveva in Sicilia”, 1993. [8] Kristjan Toomaspoeg,“Les cisterciens de la Magione de Palerme: un essa de reconstrucion des origines du monastere de la Sainte-Trinitè”, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale” 1996, pp. 7-21. [9] Filangeri, La chiesa cistercense di Santa Maria di Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, Archivio Storico Messinese, 1995. [10] A. Sparti, De Fundazione, dotatione ed dedicatione ecclesie Sancte Marie de Spanò, Archivio Storico Messinese, 1995. [11] Bernardus Claravallensis, Epistolae, ep. 130, pl, CLXXXII, 285, ed ep. 348, ibid., col. 552. [12] Bernardus Claravallensis, ep. 447, ibid., col. 640. [13] Bernardus Claravallensis, ep. 208, ibid., col. 375. E. Vancard, Vie de Saint Bernard, 2 voll., Parigi 1927, vol. II, pag. 64, propone la datazione di tale missiva tra il 15 agosto 1140 e il 28 novembre 1141. Anche L. T. White jr., op. cit., ristampa 1984, pp. 252, pare concordare sulla data. [14] L.T. White jr., op. cit., pp. 253-254; E. Vancard, op. cit., vol. II, pp. 563 e 565, ritiene, senza però tentare alcuna identificazione, che in Sicilia sia stato fondato il primo monastero del regno [15] L.T. White jr., op. cit., pp. 253 e 279. [16] V. Amico, Dizionario topografico della Sicilia, a cura di G. Di Marzo, Palermo 1855-1856, vol. II, pag. 229. Lo storico, pur senza azzardare date e senza citare documenti, lascia intendere che l’abbazia sia stata fondata ben prima del 1160. [17] L.T. White jr., op. cit., pag. 255. [18] L. Janauschek, Originum cistercensium tomus I, Vienna, 1877, p. 77. L’autore sostiene che il monastero sia stato fondato prima del 1155. Non dello stesso parere L. T. White (op. cit., pag. 255), il quale ricorda un passo di Falcando, che ricorda il Bonello come ancora giovane nel 1160. Dunque è improbabile che un fanciullo, in tenera età, abbia promosso l’edificazione di un monastero. [19] R. Pirro, op. cit., emendata A. Mongitore, Palermo 1733, pag. 758. [20] L.T. White jr., op. cit., pag. 256. I profughi erano delle monache provenienti dall’abbazia cistercenze di S. Maria Maddalena sita dentro Tripoli, in Siria. [21] L.T. White jr., op. cit., pp. 257-258. [22] T. Fazello, De rebus siculis decades duae, Palermo 1558; inoltre A. Mongitore, Monumenta historica sacrae Dous Mansionis S.S. Trinitatis, Palermo 1721, p. 5; V. Mortillaro, Elenco cronologico delle antiche pergamene pertinenti alla real chiesa della Magione, Palermo 1859, pag. XV. [23] L.T. White jr., op. cit., pag. 277. [24] L.T. White jr., op. cit., pag. 264-265. [25] L.T. White jr., op. cit., pag. 259-260, ritiene, a ragion veduta, che l’abbazia sia stata completata non prima del 1179; A. Manrique, Cistercensium Annales, 3 voll., 1642-59, vol. II, pag. 549, propone la data del 23 giugno 1173, ricordando che nel giorno in cui si iniziò la costruzione dell’edificio avvenne un’eclissi di sole; Janauschek, op. cit., pag. 165, retrodata al 23 giugno 1172. Non è improbabile che i cantieri preposti all’edificazione dell’edificio abbiano avuto una gestazione di più anni. L. T. White sottoliena comunque che nel 1173 non si registra alcuna eclissi di sole a Palermo. [26] R. Pirro, op. cit., pag. 1301. [27] R. Pirro, op. cit., pp. 1287-1288. [28] R. Starrabba, I diplomi della cattedrale di Messina, Palermo 1876-90, pag. 35 e seg. [29] R. Pirro, op. cit., pp. 1306-1307, riporta la data del 1220, ma già G. Agnello, L’architettura sveva in Sicilia, pp. 238-239, nota 3, ricorda che tale data deve essere modificata di 4 anni in avanti secondo quanti riportato dallo Huilard-Breholles, Historia Diplomatica Friderici secundi, vol. II, part. I, pag. 454. [30] L. T. White jr., op. ct., pag. 279, nota 2. [31] La data della costruzione dell’abbazia di Agnone oscillerebbe tra il 1220 e il 1225 (Agnello, op. cit., pag. 238). Si sconoscono i reali motivi che indussero l’imperatore a iniziare un’opera tanto grande e mai portata a termine. Durante il primo ventennio del XIII sec.non si registrano lungo la Sicilia orientale eventi sismici o altri cataclismi naturali di portata tale, da giustificare lo spostamento dei monaci cistercensi da Roccadia verso Agnone. G. Agnello, op. cit., pag. 239, lascia credere che tale trasferimento fosse il risultato di una particolare volontà dell’imperatore, che giudicava la baia di Agnone particolarmente amena e ricca di risorse utili per i monaci. Si consideri, comunque, che all’abbazia di Roccadia non mancavano certo donazioni e possedimenti, secondo quanto ben elencato nel documento del 1224. [32] R. Pirro, op. cit., pag. 1308. [33] R. Pirro, op. cit., pag. 1310. [34] R. Pirro, op. cit., pag. 1311. [35] T. Fazello, op. cit., pag. 656; R. Pirro, op. cit., pp. 1304-1305. [36] A. Sparti, op. cit., pp. 57-66. [37] A. Sparti, op. cit., pp. 66-72. [38] R. Pirro, op. cit., pag. 1322. [39] V. Amico, op. cit., vol. II, pag. 432. [40] V. Amico, op. cit., vol. II, pag. 229; Ugo di Natale, Novara di Sicilia, Palermo 1968, pp. 24-27; L. T. White, op. cit., pag. 279, il quale afferma esattamente il contrario di quanto espresso da V. Amico. Secondo lo studioso inglese, infatti, il monastero di Novara venne originariamente costruito lung il fiume, non lontano dalla contrada S. Basilio, e solo in un secondo momento riedificato ai piedi della rupe Salvatesta. [41] C. Filangeri, op. cit., pp. 13-56 [42] V. Amico, op. cit., vol. II, pag. 431. [43] In particolare modo si ricordino le masserie Trigona e Trigonella, site circa a tre miglia ad est di Lentini e poste in zona soprelevata rispetto alla pianura circostante, proprio come un tempo il monastero di Roccadia. [44] Agnello, op. cit., pp. 240-250. [45] F. Valenti, L’arte nell’era normanna, in “Il regno normanno, conerenze tenute a Palermo per l’VIII centenario dell’incoronazione di Ruggero a Re di Sicilia. A cura della sezione di Palermo dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura”, Messina 1929, pp. 237-238. [46] F. Valenti, op. cit., pp. 246-247. [47] Nota 38.
[48] F.
Valenti, op. cit., pag. 213. |
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| Ultimo aggiornamento ( Sunday 13 April 2008 ) |
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