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Fra
i ritrovamenti degli ultimi duecento anni, per la storia di Sicilia
un posto di primo piano merita il codice Messanensis gr. 105, fonte
storica di primaria importanza per la ricostruzione della vita dei
monasteri basiliani sull'isola intorno alla prima metà del XIV sec.
d.C.1
Il
codice è costituito da 113 fogli ed
ha dimensioni pari
a mm. 290x220. Questa fonte
è pervenuta comunque mutila di un numero non quantificabile di
fogli, sia al principio, nel corso e alla fine del volume stesso2.
Queste perdite risultano anteriori alla definitiva rilegatura del
codice. La scrittura del documento è interamente in greco minuscolo
corsivo non calligrafico, con frequenti abbreviazioni, mutilazioni e
sigle che limitano spesso l'esatta lezione del testo. A ciò bisogna
anche aggiungere una punteggiatura inesistente o arbitraria e linee
di scrittura sovente irregolari. Per tale ragione non risulta spesso
agevole interpretare il testo e carpirne completamente il
significato.
Il
manoscritto ha una storia piuttosto oscura, almeno fino alle soglie
dell'epoca moderna. Si ritiene che sia stato sempre serbato presso la
biblioteca del monastero del S. Salvatore "in lingua Phari"3.
Inoltre le condizioni pre-restauro dimostravano un lungo periodo di
abbandono e trascuratezza. Solo nel 1862 lo scritto passò dalla
biblioteca del S. Salvatore alla R. Biblioteca Universitaria di
Messina. Finalmente l'8 giugno 1932 si decise per un restauro presso
la Badia di Grottaferrata, ove rimase poco meno di un anno, essendo
restituito il 26 aprile 1933. Vi è da sottolineare che, nonostante
la sua importanza, il manoscritto risultò sconosciuto alla maggior
parte degli studiosi siciliani, fra i quali il Pirri e il Lancia di
Brolo, solo alla fine del XIX sec. e agli inizi del XX cominciò ad
essere citato, sebbene con poco
interesse4.
Il
contenuto dell'opera è relativo ad un insieme di processi verbali
delle visite di ispezione effettuate tra il 20 gennaio 1328 e
il 17 giugno 1336. Tali ispezioni vennero eseguite per volontà
dell'archimandrita del S. Salvatore di Messina, il monaco Nifone5,
e furono indirizzate verso alcuni fra i principali monasteri
basiliani dell'isola. I verbali compilati sono in tutto 61 divisi:
nove per il 1328, dieci per il 1329, dieci per il 1330, nove per il
1332, undici per il 1334, dodici per il 1336. Non tutti vennero
redatti dalla stessa mano: 29 recano la firma del monaco Giovanni, 32
la firma Barnaba.
I
monasteri oggetto di interesse e indagine sono undici: S. Gregorio di
Gypso, S. Salvatore di Bordonaro, S. Filippo di Macra, SS. Ap. P. e
P. di Itala, SS. Ap. P. e P. di Agrò, S. Salvatore della Placa, S.
Filippo di Demenna, S. Angelo di Brolo, Deipara di Gala, S. Elia di
Ambulo (Avola), S. Nicandro di Messina.
Gli atti delle visite
risultano compilati secondo uno schema prefissato, attraverso formule
identiche e con uno stile che si potrebbe definire curiale, tipico
della cancelleria. Per ogni singola visita si possono osservare sette
parti, scandite da una lettera dell'alfabeto greco. Ad ogni parte
corrisponde un contenuto ben preciso. Alla lettera alfa si hanno le
indicazioni cronologiche relative alla visita; alla lettera beta fa
riferimento la dichiarazione del motivo della visita; la parte
scandita dalla lettera gamma è fra le più importanti, poichè essa
contiene le domande rivolte dall'archimandrita all' higumenos ,
vertenti su argomenti relativi alla regolarità
delle funzioni liturgiche, alla disciplina dei fratelli, alle
condizioni del vitto e del vestiario, allo stato degli edifici e
degli arredi sacri, alla consistenza del patrimonio.
Alle lettere
delta ed epsilon trovano posto formule di controllo volte ad
accertare la veridicità delle affermazioni dell'higumenos. Alla zeta
si osservano gli ordini e le decisioni dell'archimandrita secondo le
condizioni di ogni singolo monastero. Con la lettera eta si conclude
l'indagine con sigillo e, a volte, nuova determinazione
cronologica.
Dalla descrizione si capisce facilmente come le parti
più interessanti di ogni singola visita siano quelle scandite dalle
lettere gamma e zeta, poiché in esse sono contenuti importanti
dati relativi alle condizioni di ogni singolo monastero. Condizioni
che non fanno capo solamente alla consistenza strutturale dei singoli
edifici, ma anche sulla vita che i monaci conducevano all'interno dei
monasteri stessi. Ad esempio si apprende che
in quel dato periodo la
popolazione complessiva di un metokio variava da un massimo di 13 a
un minimo di 5 monaci.
Prima preoccupazione dell'archimandrita era
informarsi sulle funzioni liturgiche, cioè se la messa veniva
celebrata con pane e vino puri, se in chiesa vi erano
accese lampade perpetue,
ecc.
L'indagine
proseguiva
anche in relazione al rispetto della disciplina monacale e della
regola di S. Basilio. Queste raccomandazioni non dovevano
essere affatto superflue,
visto la decadenza dei costumi che aveva colpito buona parte degli
istituti monastici nel XIV sec. Una parte ancor più interessante
risulta essere quella in cui l'higumenos del monastero rispondeva
alle domande fattegli, chiarendo così sulla situazione patrimoniale.
Egli dichiarava
nei particolari le rendite patrimoniali, per lo più di tipo
fondiario. Proventi arrivavano
anche dall'attività dei monaci, quale la produzione di vino e la
relativa vendita; si
annoverava anche l'attività
dei mulini ad acqua, dei frantoi, la produzione dell'olio, di
cereali, di legname e non ultimo l'allevamento di bestiame e la
pastorizia. Anche le decime fornivano
una certa rendita e un
monastero possedeva
anche due schiavi di colore.
Anche la sezione relativa ai debiti e
ai crediti è di importanza fondamentale, poichè si tratta
dell'unica fonte che permette di studiare da vicino la situazione
economica non solo del monachesimo basiliano sull'isola, ma anche
l'economia della Sicilia stessa nel XIV sec., avendo
così la possibilità di osservare l'andamento
dei prezzi e il
relativo valore e capacità
d'acquisto della moneta.
Il testo possiede, invece, scarsi
riferimenti alle vicende storiche del tempo. Si trova qualche accenno
alla guerra che causa difficoltà economiche, un'altra volta si fa
riferimento all'assenza di alcuni fratelli inviati in missione presso
Costantinopoli.
Il calcolo cronologico delle visite viene
riportato sia attraverso l'uso bizantino, calcolato dalla creazione
del mondo; sia attraverso l'uso tipicamente occidentale, cioè
calcolato secondo la Natività, dal 25 dicembre; infine si trova
anche l'indizione e il calcolo dell'anno secondo il pontefice romano
regnante.
E' lecito
chiedersi che monaci, agli inizi del XIV secolo d.C., trovassero
posto all'interno di questi monasteri greco
siculi. I nomi, tutti
legati al calendario greco-orientale, parrebbero tradire un'origine
legata proprio all'elemento greco mediterraneo,
forse ancora presente sull'isola.
Rimangono invece sconosciuti il retaggio sociale e gli effettivi
luoghi di origine.
Questa importantissima fonte purtroppo rimane
in silenzio riguardo alle condizioni culturali dei cenobi. Non vi
sono, infatti, accenni a manoscritti, ad opere letterarie, alle
biblioteche. Si deduce solo la presenza dello stretto necessario,
come una copia dei Vangeli e della regola di S. Basilio. Questo
silenzio è indice chiaro di una decadenza inarrestabile. L'antica
funzione di osmosi, che queste enclave culturali greche in Occidente
avevano svolto durante il regno normanno, è, nel XIV sec., del tutto
sparita.Testimonianza di questa decadenza è il greco utilizzato per
la compilazione del codice, sebbene sia inesatto definire le
imperfezioni linguistiche del testo come errori. Questa fonte,
infatti, testimonia le forme e i costrutti di una lingua greca così
come era parlata in Sicilia in quel tempo, dimostrando una
transizione verso il neogreco. Il
codice è di grande interesse linguistico, oltre che storico. In esso
trovano posto parole nuove per la grecità del medioevo, parole
proprie del greco calabro-siculo. Compaiono anche elementi che
saranno documentati solo molto più tardi nella lingua neo-greca,
mostrando come il greco medievale in Italia abbia seguito
un'evoluzione autonoma, sebbene parallela al greco della
madrepatria.
In
conclusione, il codex
messanensis gr. 105 è una fonte dalla quale non si può prescindere
per lo studio della Sicilia medievale nel XIV sec. L'edizione critica
del 1937 è solo un'opera che aiuta alla lettura di una fonte che
meriterebbe ulteriori approfondimenti, uniti alle indagini sul campo
e agli studi architettonici dei monumenti basiliani sopravvissuti
fino ai giorni nostri.
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