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S. Filippo di Demenna
Architettura Sacra
Scritto da Giuseppe Tropea   
Tuesday 22 March 2011

Rapporti ambientali - Il monastero sorge su di un colle a circa 600 m. s.l.m., tra gli abitati di Frazzanò e Longi, lungo la fiumara di Mile.

 

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Descrizione storica – Le origini storiche del monastero greco di S. Filippo di Demenna sono ben documentate. La fondazione risale al 1090, secondo la volontà del Conte Ruggero. La data si desume da un diploma del 1145, emanato da Ruggero II e nel quale si ricordano, elencandoli, tutti i privilegi concessi al monastero sin dall’edificazione[1]. Conferma la data di (ri)fondazione anche quel singolare documento che è il cosiddetto testamento (tipikon) del primo abate, Gregorio[2]. Nel testo greco esplicitamente si afferma che l’abate Gregorio solo con l’aiuto del Conte Ruggero era stato in grado di costruire o, meglio, ricostruire la chiesa, la torre e gli altri edifici necessari al monastero. E’ certo che il cenobio fosse di origine bizantina, probabilmente dedicato a S. Nicola[3]. Si sarebbe trattato di un “eucterion”[4], presumibilmente una struttura monastica locale a conduzione familiare[5], radicata nel territorio attraverso più o meno numerosi possedimenti terrieri, che assicurarono la sopravvivenza, seppur precaria, del monastero durante la dominazione musulmana.  La ricostruzione del monastero fu accompagnata anche da larghe concessioni, che avevano lo scopo di rendere il complesso sacro del tutto indipendente in campo economico. Ruggero, infatti, non solo rendeva il cenobio e i relativi possedimenti esente dal controllo di vescovi e arcivescovi[6], ma anche donava appezzamenti di terra molto ampi, che arrivavano a comprendere buona parte della regione etnea settentrionale e che erano governati attraverso una rete di metochi, vale a dire monasteri più piccoli, spesso decaduti, incapaci di autogovernarsi perché privi di risorse e conseguentemente legati in ambito amministrativo e religioso ad un monastero più ampio ed economicamente solido[7]. Fra i più importanti metochi legati al S. Filippo, tutti posti nel Val Demone e oggi per buona parte scomparsi, si ricordano S. Talleleo, S. Ippolito, S. Barbaro, S. Teodoro, S. Nicolò di Paleocastro, S. Maria della Gulla, S. Pietro di Galati. Almeno una parte di questi monasteri, un tempo probabilmente indipendenti, doveva essere preesistente alla dominazione normanna. E’ il caso di S. Talleleo, che venne restaurato, se non del tutto ricostruito, da Gregorio[8]. Quella dell'abate fu una vera e propria opera di recupero edilizio che interessò molti luoghi del Valdemone. L'elenco si trova sempre nel tipikon. Vennero  edificate o ristrutturate la vicina chiesa dell'Arcangelo Michele, quella di S. Giovanni Battista, le chiese della Madre di Dio, dell'apostolo Pietro, dei Santi Filadelfi,, un’altra chiesa della Madre di Dio costruita anni prima dal condottiero bizantino Maniace, altre due chiese dedicate l’una all’apostolo Pietro, l’altra all’apostolo Marco[9]. Ad oggi identificare queste fondazioni risulta poco
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agevole. In alcuni casi si tratta di piccoli monasteri ormai del tutto scomparsi, come nel caso del metochio dell’Arcangelo Gabriele o del San Giovanni Battista[10]. Riguardo, invece, alla prima chiesa della Madre di Dio, dai diplomi inerenti il monastero di S. Filippo si desumono due monasteri con nome simile, il metochio dedicato a S. Maria della Gullia[11]  e quello di Santa Maria di Frigano o Frazzanò[12]. Dei due è probabile che l’abate Gregorio alludesse al secondo, se non altro per la vicinanza del complesso religioso alla casa madre[13]. Riguardo al secondo monastero dedicato alla Madre di Dio, quello, per inciso, edificato da Maniace durante l’impresa di riconquista della Sicilia avvenuta tra il 1038 e il 1040 d.C.,  è ormai consolidato identificarlo con il medesimo complesso sacro riedificato nel 1174 dalla regina Margherita, vedova di Guglielmo I, e affidato ai benedettini provenienti da Monreale[14]. Degli altri metochi si hanno notizie superficiali. Delle due chiese di S. Pietro, una potrebbe essere identificata con S. Pietro de Deca[15], nei pressi di S. Marco D’Alunzio, l’altra potrebbe trovare posto non lontano da Galati[16]. Di S. Talleleo, che compare più volte all’interno del tabulario del S. Filippo di Demenna[17], non vi è certa identificazione ed ubicazione. Simile destino per il monastero dei SS. Cosma e Damiano, del quale si hanno notizie tardive risalenti al 1310, anno durante il quale l’archimandrita del SS. Salvatore di Messina diede il vecchio metochio in rovina in affitto a tale Arnaldo Villardita[18]. Si vuole, invece, identificare con S. Nicolò di Paleocastro il monastero di S. Nicolò de Rocca[19]. Di S. Nicolò di Paleocastro vi è menzione in un diploma del 1094. Lo scritto ricorda che il complesso  era dipendenza, insieme con il cenobio di S. Ippolito, del S. Filippo di Demenna[20]. Un altro atto del 1125 conferma il possesso delle terre di Limina, Castro e Storiano ai monaci di S. Nicolò di Paleocastro[21]. I due documenti, però, non sembrano sufficienti a confermare l’identificazione, poiché alcuni privilegi emessi in favore dell’archimandritato di Messina ricordano S. Nicolò di Paleocastro grangia di un altro monastero, il S. Nicola di Pellera[22]. Rimane, di conseguenza, la possibilità che il S. Nicolò de Rocca alle dipendenze del S. Filippo di Demenna fosse un altro monastero, del quale non si hanno più tracce. Meglio informati si è per il metochio di S. Barbaro di Demenna[23]. Il cenobio, sorto non lontano da Alcara li Fusi, era sopravvissuto, in stato di precarietà, alla dominazione musulmana. Aveva, in quel lasso di tempo, perso tutta la documentazione relativa ai possedimenti, che vennero reintegrati dal conte Ruggero[24]. Dal tabulario del S. Filippo di Frazzanò si apprende che S. Barbaro di Demenna era già dipendente dal S. Filippo a partire dal 1097[25], sebbene
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già nel 1136 fosse grangia dipendente direttamente dall’archimandritato di Messina[26]. La politica di Ruggero nei confronti del monachesimo greco appare evidente: egli promuoveva le rifondazioni dei monasteri, ne reintegrava e, in alcuni casi, allargava i possedimenti, ponendoli, comunque, sotto l’ala protettiva della corte di Palermo. Gli immediati successori di Ruggero proseguirono questa strategia. Certamente il monastero di S. Filippo di Demenna è esempio principe di tale politica religiosa e rappresenta a tutti gli effetti il primo tentativo da parte della corte normanna di Sicilia di riorganizzare gli istituti ecclesiastici sopravvissuti alla dominazione musulmana all’interno di una struttura gerarchica, che si concretizzerà in via definitiva durante il regno di Ruggero II e attraverso la fondazione del S. Salvatore di Messina. Anche dopo la morte di Ruggero I le donazioni a favore del S. Filippo di Frazzanò proseguono con continuità. Nel 1101 Adelaide, moglie del defunto conte, fa dono al cenobio di quattro servi e una vigna. Nel 1105 la stessa contessa permette ai monaci di costruire un mulino lungo il fiume Panaria. Si osservano donazioni anche per gli anni successivi, durante i quali più volte si riconfermano i possedimenti elencati nell’atto del 1097. Si data al 1112 l’ultimo atto emanato dalla contessa in favore di una chiesa del monastero, quella di S. Maria della Gullia. Il tabulario del S. Filippo conserva donazioni facenti capo anche a famiglie nobili dell’isola. Nel 1116 tale Eleazaro di Mallabret concede alla chiesa di S. Pietro di Galati un servo e appezzamenti di terra. Alcuni anni dopo, nel 1122, è il turno di Matteo di Creun di
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Mistretta, che, addirittura, cede il monastero di S. Anastasia di Mistretta, con i relativi possedimenti, al S. Filippo. L’atto di Matteo di Creun è l’ultimo nel quale vi è menzione dell’abate Gregorio, che dunque visse fino a tarda età, avendo così avuto la possibilità di cogliere, almeno in parte, i frutti di tante fatiche. Purtroppo l’opera riformatrice dell’abate non fu di lunga durata. Le fonti non informano sull’effettivo stato dei metochi negli anni precedenti e successivi alla morte di Gregorio. E’ noto, invece, lo stato di decadenza che l’archimandrita Luca osservava già a partire dal 1132. La rovina si constatava un po’ ovunque tra i monasteri e forse fu proprio questa situazione a spingere Ruggero II a intraprendere la seconda e ultima opera di riforma che interessò il monachesimo greco di Sicilia. Il tipikon dell’abate Gregorio si rivela una fonte storica di primaria importanza anche per comprendere in maniera più approfondita l’influsso che la regola studita ebbe sul monachesimo dell’isola. L’igumeno del S. Filippo chiarisce l’intenzione di applicare le regole monastiche dei Santi Padri, cioè del “grande Basilio e di S. Teodoro Studita”. Tale intenzione spiega il progressivo abbandono di molte norme monastiche da parte dei monaci, a causa della lunga crisi sopraggiunta con l’invasione musulmana. Gregorio, infatti, rende nota la necessità di ripristinare la regola dell’astinenza delle carni, esorta a rispettare i periodi di digiuno, rimette in onore la liturgia e lo studio delle sacre e divine scritture[27]. Infine elegge il futuro successore, che esorta affinché intraprenda un pellegrinaggio verso Palestina, auspicando che egli possa tornare entro tre anni, oltre i quali i monaci dovranno eleggere un altro successore.

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Descrizione architettonica e topografica – Il complesso monastico sorge su di una collina, in posizione prominente e dominante rispetto al vicino abitato di Frazzanò. Visto in lontananza, il monastero restituisce l’immagine di un’antica fortezza. Dell’originario impianto bizantino pare esistano resti nei pressi dell’attuale chiesa normanna. Si distinguerebbe l’edificio sacro, di modeste dimensioni, composto da una navata che si conclude in un ridotto presbiterio con semplice abside ad emiciclo, ai lati del quale trovano posto due absidiole ricavate nello spessore murario[28]. La tecnica muraria pare sia costituita essenzialmente da laterizi. I dati archeologici restituiscono almeno una certezza. Il restauro normanno del S. Filippo di Demenna passa attraverso una completa rifondazione del complesso, lasciando ai margini le antiche strutture abbandonate in uno stato di progressiva rovina. Alcuni studiosi ritengono che questo modus operandi contraddistingua la maggior parte delle rifondazioni normanne di monasteri e chiese bizantine dell’isola[29]. In realtà i dati non sono ancora sufficientemente completi. Le indagini archeologiche, infatti, sono limitate a pochi campioni. Nel caso, ad esempio, del monastero del S. Salvatore della Placa è possibile che le originarie strutture abbiano convissuto, in qualche modo restaurate e per un determinato periodo di tempo, con gli edifici della rifondazione normanna. Al contrario, il caso del S. Filippo di Demenna potrebbe, a suo modo, rappresentare un’eccezione. Nella mente di Ruggero prima e Adelasia dopo vi era l’intenzione di creare una sorta di proto-archimandritato con a capo il monastero di San Filippo a Frazzanò, il quale avrebbe necessitato di edifici di gran lunga più vasti e spaziosi rispetto all’originaria costruzione bizantina. Un procedimento simile verrà ripetuto ed ampliato con la fondazione del S. Salvatore di Messina e del relativo archimandritato. Degli edifici risultato della rifondazione, ai giorni nostri si possono distinguere un grande fabbricato costruito su tre livelli. Esso, circondando la chiesa per tre lati, restituisce nel livello inferiore locali utilizzati come refettorio e cucina; al primo piano, che rappresenta il piano di calpestio per la chiesa e
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l’antico chiostro (la cui conformazione originaria è scomparsa), si trovano stalle e magazzini. Il secondo e ultimo piano ospita le celle dei monaci, addossate al muro di cinta, secondo una soluzione edilizia che, secondo alcuni studiosi, richiamerebbe i canoni dell’edilizia monastica bizantina[30]. La chiesa, recentemente restaurata, ha una caratteristica pianta  a T, riscontrabile in altri edifici normanni quali S. Giovanni degli Eremiti e S. Niccolò la Latina di Sciacca. La costruzione presenta una pianta rettangolare, che si caratterizza per la presenza di un transetto fortemente aggettante dalle fiancate. Il transetto si conclude con tre absidi nettamente distinte all’esterno. L’abside centrale ha la larghezza dell’unica navata che caratterizza l’aula, al contrario le absidi laterali si aprono su due vani quadrati. L’ abside centrale, all’esterno, è impreziosita da lesene un tempo sormontate da archetti, oggi scomparsi. Le absidi laterali, invece, non presentano decorazioni a lesene, motivo per cui alcuni studiosi ritengono che esse siano state aggiunte al progetto iniziale della chiesa solo in un secondo momento[31]. La decorazione a lesene ed archetti doveva presentarsi anche lungo le fiancate della chiesa.  Della copertura originale dell’edificio oggi poco rimane. E’ possibile che un tempo essa fosse caratterizzata, all’interno, da volte a botte o a crociera e all’esterno in terrazze, così come oggi si può osservare presso la chiesa di S. Domenica di Castiglione o i SS. Pietro e Paolo di Agrò. Non è, invece, certo se la porzione centrale del transetto fosse coperta da cupola emisferica su tamburo. Dei numerosi affreschi, che un tempo impreziosivano l’interno della chiesa, oggi rimangono, frammentari, quelli dell’abside centrale e delle absidi laterali. Nel catino dell’abside centrale si conservano i resti di un Cristo inscritto in mandorla, al di sotto della quale si distingue il volto della Madonna circondata da angeli. Altri frammenti di affresco restituiscono teorie di santi, vescovi, apostoli. Si distinguerebbe anche la figura dell’abate Gregorio, posto nel transetto sinistro. Egli è raffigurato con la barba appuntita, reggente con la sinistra una croce e indossante un mantello. Un’iscrizione, che recita “nella tomba e nel corpo immacolato”, lascerebbe intendere che l’abate sia stato sepolto proprio nella chiesa del monastero[32]. Frammentari resti di affreschi si possono osservare lungo le pareti laterali dell’unica navata. Si tratta, per quel che è possibile decifrare, di scene del Nuovo e Antico Testamento, secondo un modello che deriverebbe direttamente dalla Basilica Romana di S. Pietro. Lavori di restauro, portati a compimento nei primi anni del XX secolo, hanno liberato la chiesa dalle superfetazioni barocche, nel tentativo di riportare l’edificio all’antica austerità normanna. I lavori hanno certamente permesso di riportare alla luce l’interessante ingresso laterale della chiesa, pregevole per la presenza di un arco ornato da decorazioni geometriche a forma di rombi e triangoli equilateri[33]. In corrispondenza dello stipite destro si osserva anche un’iscrizione giunta integra fino ai giorni nostri, sebbene poco nota agli studiosi[34]. La testimonianza scritta, che invocherebbe la protezione divina sull’abate e i confratelli, verrebbe datata al XII sec. d.C. e si tratterebbe dell’iscrizione graffita più antica presente sul muro di un monastero italogreco, almeno relativamente alla Sicilia. Infatti, la ben più nota iscrizione presso il portale di ingresso dei SS. Pietro e Paolo di Agrò sembrerebbe successiva, essendo stata realizzata solo 50 anni dopo[35]. Della torre campanaria menzionata nel tipikon dell’abate Gregorio, poco si può dire. E’ infatti possibile osservare una struttura turrita che affianca la chiesa. Tale edificio, però, è frutto di un intervento edilizio promosso nella seconda metà del Settecento[36]. Non è tuttavia impossibile che la nuova torre abbia semplicemente preso il posto di quella originaria, possibilmente inglobandone i resti. Il ricordo della torre presso il testamento dell’abate è importante anche perché conferma l’esistenza di strutture turrite nei monasteri basiliani dell’isola. Strutture che certamente avevano la duplice funzione di ospitare le campane o il “semantron”[37] e di ospitare vedette in situazioni di pericolo durante periodi di incertezza politica e sociale[38]. Purtroppo, tra tutti i monasteri medievali dell’isola nulla rimane o quasi delle originarie strutture turrite. Un’eccezione parrebbe essere il misero rudere presente ad est delle absidi della chiesa di S. Maria della Stella di Spanò, tra Randazzo e Adrano, complesso monastico cistercense databile alla seconda metà del XIII sec. d.C.[39]

Cronologia - 1090 (data di fondazione); 1866 (abbandono del monastero da parte dei monaci benedettini)

Bibliografia - S. Bottari, Chiese basiliane della Sicilia e della Calabria, Messina 1939; G. Bottari, L’architettura della Contea. Studi sulla prima architettura del periodo normanno nell’Italia meridionale e in Sicilia, in “Siculorum Gymnasium”, n. s., 1/1948, pp. 13-15; Cozza-Luzi, Del testamento dell'abate fondatore di Demenna, in A.S.S., XV, 1890; S. Cusa, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, Palermo 1868-81; De Ciocchis, Actae sacrae Regiae Visitationis, Palermo 1836;  M. Falla Castelfranchi, I modelli culturali di Ruggero I  con particolare riferimento alla decorazione pittorica del monastero italo-greco di S. Filippo di Fragalà, in Ruggero I, Serlone e l’insediamento normanno in Sicilia: convegno internazionale di Studi promosso dall’Istituto Italiano dei Castelli – Sezione Sicilia, Troina 577 novembre 1999, pp. 153-178; C. Filangeri, Monasteri basiliani di Sicilia, Messina 1979, pp. 36 -55; C. Filangeri, La chiesa cistercense di S. Maria della Stella a Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, in Archivio storico messinese, vol. 69 (1995), pp. 13-56.; G. Fragale, San Filippo di Fragalà, Palermo, 1929; E. Kislinger, Un'iscrizione a graffito nel monastero S. Filippo di Fragalà (Messina), in Jahrbuch der Osterreichischen Byzanitnistik, 51.; A. Guillou, Il monachesimo greco in Italia meridionale e in Sicilia nel Medioevo, in L'eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII. Atti della Seconda Settimana Internazionale di Studio (Mendola 1962), Milano 1965, pp. 354-379; G. Lanza, E. Sellerio, Castelli e Monasteri Siciliani, Palermo, IRES, 1968; S. Pirrotti, Il monastero di sn Filippo di Fragalà (secoli XI-XV). Organizzazione dello spazio, attività produttive, rapporti con il potere, cultura, 2008; M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, 1947, pp. 102-116; A. Salinas, Il monastero di S. Filippo di Fragalà, in A.S.S., XII, 1887; G. Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, Palermo 1862.

 

Testi e fotografia - Giuseppe Tropea


[1] S. Bottari, Chiese basiliane della Sicilia e della Calabria, Messina 1939, pag. 9; R. Pirri, Sicilia Sacra, pag. 1027.

[2] G. Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, Palermo 1862, VI, pag. 197, 211-213; S. Cusa, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, Palermo 1868-81, vol. I, pag. 396-402; Cozza Luzzi, Del testamento dell’Abate di Demenna, ASS XV (1890), pp. 35-39.

[3] G. Monsù Scolaro, pag. 96, libro VIII, capo IV.

[4] S. Pirrotti, Il monastero di sn Filippo di Fragalà (secoli XI-XV). Organizzazione dello spazio, attività produttive, rapporti con il potere, cultura, 2008, pag. 14; Vera von Falkenhausen, Le strane vicende di S. Barbaro di Demenna, pp. 147-148.

[5] Vera von Falkenhausen, L’archimandritato del SS: Salvatore in lingua phari, pag. 41.

[6] Sul documento di fondazione del monastero: G. Spata 1862, XIV, pag. 245 e seg.; S. Cusa 1868-81, pag. 383. Si tratta non del testo originale, ma di una traduzione ad opera di Costantino Lascaris risalente alla seconda metà del XV sec. d.C.

[7] M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale. Rinascita e decadenza: secoli XI-XIV (rist. anast.) 1982, pag. 105.

[8] G. Spata 1862, n. I, 163; S. Cusa 1868-91, I, 385.

[9] G. Spata 1862, n. VI, pag. 197.

[10] M. Scaduto 1982, pag. 107.

[11] G. Spata 1862, X, pag. 229; S. Cusa 1868-81, I pag. 407; E. Caspar, Roger II und die Grundung der normannisch-sizilischen Monarchie, Innsbruck 1904,  nu. 20, pag. 487.

[12] R. Pirri, Sicilia Sacra, pag. 1235; G. Silvestri, Tabulario di S. Filippo di Fragalà, Palermo 1887, pag. 145 e seg.

[13] M. Scaduto 1982, pag. 108.

[14] L. T. White, Il monachesimo latino nella Sicilia normanna,  pag 145 e seg.

[15] R. Pirri, pag. 1131 D; G. Spata 1862, pag. 169.

[16] G. Spata 1862, XIII, pag. 241; S. Cusa 1868-81, I, pag. 411.

[17] G. Spata 1862, I, pag. 163; S. Cusa 1868-81, I, pag. 385.

[18] Notizie presso il Vat. Lat. 8201, f. 314.

[19] L’ipotesi di identificazione è avanzata da Scaduto 1982, pag. 109. Lo studioso ritiene che il S. Nicolò de Rocca e il S. Nicolò di Paleocastro siano lo stesso monastero, detto anche de Petra o de Scalis.

[20] G. Spata 1862, III, pag. 179; S. Cusa 1868-81, I, pag. 389.

[21] G. Spata 1862, XVII, pag. 261-262; S. Cusa 1868-81, I, pag. 416.

[22] Sulla questione, ancora oggi non del tutto risolta: M. Scaduto 1982, pag. 110 e nota 151.

[23] Ibidem.

[24] G. Spata 1862, VIII, pag. 215; Caspar, Roger II, Reg. n. 9, p. 480.

[25] G. Silvestri 1887, pag. 153; G. Spata, n. XLI, 381; Caspar, Roger II, Reg. n. 191, p. 561.

[26] Vat. Lat. 8201, f. 56 e 130; R. Pirri, 1152 E; Caspar, Roger II, Reg. n. 95.

[27] M. Scaduto 1982, pag. 113-114.

[28] S. Pirrotti 2008, pag. 15. Absidiole, ricavate nello spessore della muratura, si osservano anche presso S. Domenica di Castiglione.

[29] Ibidem.

[30] S. Pirrotti 2008, pag. 24; Lafontaine Dosogne, Aspects de l’architecture monastique à Bysance, pp. 186-206.

[31] S. Pirrotti 2008, pag. 26.

[32] S. Pirrotti 2008, pag. 27; M. Falla Castelfranchi, I modelli culturali di Ruggero I  con particolare riferimento alla decorazione pittorica del monastero italo-greco di S. Filippo di Fragalà, in Ruggero I, Serlone e l’insediamento normanno in Sicilia: convegno internazionale di Studi promosso dall’Istituto Italiano dei Castelli – Sezione Sicilia, Troina 577 novembre 1999,  pag. 156.

[33] S. Pirrotti 2008, pag. 28; le relazioni del restauro si trovano presso la Biblioteca Comunale di Palermo, ms. 5QqF 188 n. 13. Il manoscritto presenta disegni e foto risalenti all’ottobre del 1903.

[34] S. Pirrotti 2008, pag. 29; in precedenza, E. Kislinger, Un'iscrizione a graffito nel monastero S. Filippo di Fragalà (Messina), in Jahrbuch der Osterreichischen Byzanitnistik, 51.

[35] M. Scaduto 1982, pag. 150.

[36] De Ciocchis, Actae sacrae Regiae Visitationis, Palermo 1836, p. 440; S. Bottari 1939, pp. 12-13.

[37] M. Falla Castelfranchi 1999, pag. 154; Stichel, Iudische tradition in Christlicher Liturgie: zur Geschichte des Semantrons, 21, 1971, pp. 213-228.

[38] S. Pirrotti 2008, pag. 28; A. Guillou, Il monachesimo greco in Italia meridionale e in Sicilia nel Medioevo, in L'eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII. Atti della Seconda Settimana Internazionale di Studio (Mendola 1962), Milano 1965, pp. 358 e nota 16; S. Bottari, L’architettura della Contea. Studi sulla prima architettura del periodo normanno nell’Italia meridionale e in Sicilia, in “Siculorum Gymnasium”, N.S., I, pag. 16.

[39] C. Filangeri, La chiesa cistercense di S. Maria della Stella a Spanò (Randazzo), fra documenti scritti e documenti di pietra, in Archivio storico messinese, vol. 69 (1995), pp. 13-56.

Ultimo aggiornamento ( Friday 26 August 2011 )
 
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