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Rapporti ambientali - Il monastero
sorge su di un colle a circa 600 m. s.l.m., tra gli abitati di Frazzanò e Longi,
lungo la fiumara di Mile.
Descrizione
storica – Le origini storiche del monastero greco di S. Filippo di Demenna
sono ben documentate. La fondazione risale al 1090, secondo la volontà del
Conte Ruggero. La data si desume da un diploma del 1145, emanato da Ruggero II
e nel quale si ricordano, elencandoli, tutti i privilegi concessi al monastero
sin dall’edificazione. Conferma
la data di (ri)fondazione anche quel singolare documento che è il cosiddetto
testamento (tipikon) del primo abate, Gregorio.
Nel testo greco esplicitamente si afferma che l’abate Gregorio solo con l’aiuto
del Conte Ruggero era stato in grado di costruire o, meglio, ricostruire la chiesa, la torre
e gli altri edifici necessari al monastero. E’ certo che il cenobio fosse di
origine bizantina, probabilmente dedicato a S. Nicola.
Si sarebbe trattato di un “eucterion”,
presumibilmente una struttura monastica locale a conduzione familiare,
radicata nel territorio attraverso più o meno numerosi possedimenti terrieri,
che assicurarono la sopravvivenza, seppur precaria, del monastero durante la
dominazione musulmana. La ricostruzione del monastero fu
accompagnata anche da larghe concessioni, che avevano lo scopo di rendere il
complesso sacro del tutto indipendente in campo economico. Ruggero, infatti,
non solo rendeva il cenobio e i relativi possedimenti esente dal controllo di
vescovi e arcivescovi,
ma anche donava appezzamenti di terra molto ampi, che arrivavano a comprendere
buona parte della regione etnea settentrionale e che erano governati attraverso
una rete di metochi, vale a dire monasteri più piccoli, spesso decaduti, incapaci
di autogovernarsi perché privi di risorse e conseguentemente legati in ambito
amministrativo e religioso ad un monastero più ampio ed economicamente solido.
Fra i più importanti metochi legati al S. Filippo, tutti posti nel Val Demone e
oggi per buona parte scomparsi, si ricordano S. Talleleo, S. Ippolito, S.
Barbaro, S. Teodoro, S. Nicolò di Paleocastro, S. Maria della Gulla, S. Pietro
di Galati. Almeno una parte di questi monasteri, un tempo probabilmente
indipendenti, doveva essere preesistente alla dominazione normanna. E’ il caso
di S. Talleleo, che venne restaurato, se non del tutto ricostruito, da Gregorio. Quella dell'abate fu una vera e
propria opera di recupero edilizio che interessò molti luoghi del Valdemone.
L'elenco si trova sempre nel tipikon. Vennero
edificate o ristrutturate la vicina chiesa dell'Arcangelo Michele,
quella di S. Giovanni Battista, le chiese della Madre di Dio, dell'apostolo
Pietro, dei Santi Filadelfi,, un’altra chiesa della Madre di Dio costruita anni
prima dal condottiero bizantino Maniace, altre due chiese dedicate l’una
all’apostolo Pietro, l’altra all’apostolo Marco. Ad oggi identificare queste fondazioni
risulta poco agevole. In alcuni casi si tratta di piccoli monasteri ormai del
tutto scomparsi, come nel caso del metochio dell’Arcangelo Gabriele o del San
Giovanni Battista.
Riguardo, invece, alla prima chiesa della Madre di Dio, dai diplomi inerenti il
monastero di S. Filippo si desumono due monasteri con nome simile, il metochio
dedicato a S. Maria della Gullia e quello di Santa Maria di Frigano o Frazzanò.
Dei due è probabile che l’abate Gregorio alludesse al secondo, se non altro per
la vicinanza del complesso religioso alla casa madre. Riguardo al secondo monastero
dedicato alla Madre di Dio, quello, per inciso, edificato da Maniace durante
l’impresa di riconquista della Sicilia avvenuta tra il 1038 e il 1040
d.C., è ormai consolidato identificarlo
con il medesimo complesso sacro riedificato nel 1174 dalla regina Margherita,
vedova di Guglielmo I, e affidato ai benedettini provenienti da Monreale.
Degli altri metochi si hanno notizie superficiali. Delle due chiese di S.
Pietro, una potrebbe essere identificata con S. Pietro de Deca,
nei pressi di S. Marco D’Alunzio, l’altra potrebbe trovare posto non lontano da
Galati.
Di S. Talleleo, che compare più volte all’interno del tabulario del S. Filippo
di Demenna, non vi è certa
identificazione ed ubicazione. Simile destino per il monastero dei SS. Cosma e
Damiano, del quale si hanno notizie tardive risalenti al 1310, anno durante il
quale l’archimandrita del SS. Salvatore di Messina diede il vecchio metochio in
rovina in affitto a tale Arnaldo Villardita. Si vuole, invece, identificare
con S. Nicolò di Paleocastro il monastero di S. Nicolò de Rocca.
Di S. Nicolò di Paleocastro vi è menzione in un diploma del 1094. Lo scritto
ricorda che il complesso era dipendenza,
insieme con il cenobio di S. Ippolito, del S. Filippo di Demenna.
Un altro atto del 1125 conferma il possesso delle terre di Limina, Castro e
Storiano ai monaci di S. Nicolò di Paleocastro.
I due documenti, però, non sembrano sufficienti a confermare l’identificazione,
poiché alcuni privilegi emessi in favore dell’archimandritato di Messina
ricordano S. Nicolò di Paleocastro grangia di un altro monastero, il S. Nicola
di Pellera. Rimane, di conseguenza,
la possibilità che il S. Nicolò de Rocca alle dipendenze del S. Filippo di
Demenna fosse un altro monastero, del quale non si hanno più tracce. Meglio informati si è per il
metochio di S. Barbaro di Demenna.
Il cenobio, sorto non lontano da Alcara li Fusi, era sopravvissuto, in stato di
precarietà, alla dominazione musulmana. Aveva, in quel lasso di tempo, perso
tutta la documentazione relativa ai possedimenti, che vennero reintegrati dal
conte Ruggero. Dal tabulario del S.
Filippo di Frazzanò si apprende che S. Barbaro di Demenna era già dipendente
dal S. Filippo a partire dal 1097,
sebbene già nel 1136 fosse grangia dipendente direttamente dall’archimandritato
di Messina. La politica di Ruggero nei
confronti del monachesimo greco appare evidente: egli promuoveva le
rifondazioni dei monasteri, ne reintegrava e, in alcuni casi, allargava i
possedimenti, ponendoli, comunque, sotto l’ala protettiva della corte di
Palermo. Gli immediati successori di Ruggero proseguirono questa strategia.
Certamente il monastero di S. Filippo di Demenna è esempio principe di tale
politica religiosa e rappresenta a tutti gli effetti il primo tentativo da
parte della corte normanna di Sicilia di riorganizzare gli istituti
ecclesiastici sopravvissuti alla dominazione musulmana all’interno di una
struttura gerarchica, che si concretizzerà in via definitiva durante il regno
di Ruggero II e attraverso la fondazione del S. Salvatore di Messina. Anche dopo la morte di Ruggero I
le donazioni a favore del S. Filippo di Frazzanò proseguono con continuità. Nel
1101 Adelaide, moglie del defunto conte, fa dono al cenobio di quattro servi e
una vigna. Nel 1105 la stessa contessa permette ai monaci di costruire un
mulino lungo il fiume Panaria. Si osservano donazioni anche per gli anni
successivi, durante i quali più volte si riconfermano i possedimenti elencati
nell’atto del 1097. Si data al 1112 l’ultimo atto emanato dalla contessa in
favore di una chiesa del monastero, quella di S. Maria della Gullia. Il tabulario del S. Filippo
conserva donazioni facenti capo anche a famiglie nobili dell’isola. Nel 1116
tale Eleazaro di Mallabret concede alla chiesa di S. Pietro di Galati un servo
e appezzamenti di terra. Alcuni anni dopo, nel 1122, è il turno di Matteo di
Creun di Mistretta, che, addirittura, cede il monastero di S. Anastasia di Mistretta,
con i relativi possedimenti, al S. Filippo. L’atto di Matteo di Creun è
l’ultimo nel quale vi è menzione dell’abate Gregorio, che dunque visse fino a
tarda età, avendo così avuto la possibilità di cogliere, almeno in parte, i
frutti di tante fatiche. Purtroppo l’opera riformatrice
dell’abate non fu di lunga durata. Le fonti non informano sull’effettivo stato
dei metochi negli anni precedenti e successivi alla morte di Gregorio. E’ noto,
invece, lo stato di decadenza che l’archimandrita Luca osservava già a partire
dal 1132. La rovina si constatava un po’ ovunque tra i monasteri e forse fu
proprio questa situazione a spingere Ruggero II a intraprendere la seconda e
ultima opera di riforma che interessò il monachesimo greco di Sicilia. Il tipikon dell’abate Gregorio si
rivela una fonte storica di primaria importanza anche per comprendere in
maniera più approfondita l’influsso che la regola studita ebbe sul monachesimo
dell’isola. L’igumeno del S. Filippo chiarisce l’intenzione di applicare le
regole monastiche dei Santi Padri, cioè del “grande Basilio e di S. Teodoro
Studita”. Tale intenzione spiega il progressivo abbandono di molte norme
monastiche da parte dei monaci, a causa della lunga crisi sopraggiunta con
l’invasione musulmana. Gregorio, infatti, rende nota la necessità di ripristinare
la regola dell’astinenza delle carni, esorta a rispettare i periodi di digiuno,
rimette in onore la liturgia e lo studio delle sacre e divine scritture.
Infine elegge il futuro successore, che esorta affinché intraprenda un
pellegrinaggio verso Palestina, auspicando che egli possa tornare entro tre
anni, oltre i quali i monaci dovranno eleggere un altro successore.
Descrizione
architettonica e topografica – Il complesso monastico sorge su di una
collina, in posizione prominente e dominante rispetto al vicino abitato di
Frazzanò. Visto in lontananza, il monastero restituisce l’immagine di un’antica
fortezza. Dell’originario impianto bizantino pare esistano resti nei pressi
dell’attuale chiesa normanna. Si distinguerebbe l’edificio sacro, di modeste
dimensioni, composto da una navata che si conclude in un ridotto presbiterio
con semplice abside ad emiciclo, ai lati del quale trovano posto due absidiole
ricavate nello spessore murario.
La tecnica muraria pare sia costituita essenzialmente da laterizi. I dati archeologici
restituiscono almeno una certezza. Il restauro normanno del S. Filippo di
Demenna passa attraverso una completa rifondazione del complesso, lasciando ai
margini le antiche strutture abbandonate in uno stato di progressiva rovina.
Alcuni studiosi ritengono che questo modus operandi contraddistingua la maggior
parte delle rifondazioni normanne di monasteri e chiese bizantine dell’isola.
In realtà i dati non sono ancora sufficientemente completi. Le indagini
archeologiche, infatti, sono limitate a pochi campioni. Nel caso, ad esempio,
del monastero del S. Salvatore della Placa è possibile che le originarie
strutture abbiano convissuto, in qualche modo restaurate e per un determinato
periodo di tempo, con gli edifici della rifondazione normanna. Al contrario, il
caso del S. Filippo di Demenna potrebbe, a suo modo, rappresentare
un’eccezione. Nella mente di Ruggero prima e Adelasia dopo vi era l’intenzione
di creare una sorta di proto-archimandritato con a capo il monastero di San
Filippo a Frazzanò, il quale avrebbe necessitato di edifici di gran lunga più
vasti e spaziosi rispetto all’originaria costruzione bizantina. Un procedimento
simile verrà ripetuto ed ampliato con la fondazione del S. Salvatore di Messina
e del relativo archimandritato. Degli edifici risultato della
rifondazione, ai giorni nostri si possono distinguere un grande fabbricato
costruito su tre livelli. Esso, circondando la chiesa per tre lati, restituisce
nel livello inferiore locali utilizzati come refettorio e cucina; al primo piano,
che rappresenta il piano di calpestio per la chiesa e l’antico chiostro (la cui
conformazione originaria è scomparsa), si trovano stalle e magazzini. Il
secondo e ultimo piano ospita le celle dei monaci, addossate al muro di cinta,
secondo una soluzione edilizia che, secondo alcuni studiosi, richiamerebbe i
canoni dell’edilizia monastica bizantina. La chiesa, recentemente
restaurata, ha una caratteristica pianta
a T, riscontrabile in altri edifici normanni quali S. Giovanni degli
Eremiti e S. Niccolò la Latina
di Sciacca. La costruzione presenta una pianta rettangolare, che si
caratterizza per la presenza di un transetto fortemente aggettante dalle
fiancate. Il transetto si conclude con tre absidi nettamente distinte
all’esterno. L’abside centrale ha la larghezza dell’unica navata che
caratterizza l’aula, al contrario le absidi laterali si aprono su due vani
quadrati. L’ abside centrale, all’esterno, è impreziosita da lesene un tempo
sormontate da archetti, oggi scomparsi. Le absidi laterali, invece, non
presentano decorazioni a lesene, motivo per cui alcuni studiosi ritengono che
esse siano state aggiunte al progetto iniziale della chiesa solo in un secondo
momento. La decorazione a lesene ed
archetti doveva presentarsi anche lungo le fiancate della chiesa. Della copertura originale dell’edificio oggi
poco rimane. E’ possibile che un tempo essa fosse caratterizzata, all’interno,
da volte a botte o a crociera e all’esterno in terrazze, così come oggi si può
osservare presso la chiesa di S. Domenica di Castiglione o i SS. Pietro e Paolo
di Agrò. Non è, invece, certo se la porzione centrale del transetto fosse
coperta da cupola emisferica su tamburo. Dei numerosi affreschi, che un
tempo impreziosivano l’interno della chiesa, oggi rimangono, frammentari,
quelli dell’abside centrale e delle absidi laterali. Nel catino dell’abside
centrale si conservano i resti di un Cristo inscritto in mandorla, al di sotto
della quale si distingue il volto della Madonna circondata da angeli. Altri
frammenti di affresco restituiscono teorie di santi, vescovi, apostoli. Si
distinguerebbe anche la figura dell’abate Gregorio, posto nel transetto
sinistro. Egli è raffigurato con la barba appuntita, reggente con la sinistra
una croce e indossante un mantello. Un’iscrizione, che recita “nella tomba e
nel corpo immacolato”, lascerebbe intendere che l’abate sia stato sepolto
proprio nella chiesa del monastero.
Frammentari resti di affreschi si possono osservare lungo le pareti laterali
dell’unica navata. Si tratta, per quel che è possibile decifrare, di scene del
Nuovo e Antico Testamento, secondo un modello che deriverebbe direttamente
dalla Basilica Romana di S. Pietro. Lavori di restauro, portati a
compimento nei primi anni del XX secolo, hanno liberato la chiesa dalle
superfetazioni barocche, nel tentativo di riportare l’edificio all’antica
austerità normanna. I lavori hanno certamente permesso di riportare alla luce
l’interessante ingresso laterale della chiesa, pregevole per la presenza di un
arco ornato da decorazioni geometriche a forma di rombi e triangoli equilateri.
In corrispondenza dello stipite destro si osserva anche un’iscrizione giunta
integra fino ai giorni nostri, sebbene poco nota agli studiosi.
La testimonianza scritta, che invocherebbe la protezione divina sull’abate e i
confratelli, verrebbe datata al XII sec. d.C. e si tratterebbe dell’iscrizione
graffita più antica presente sul muro di un monastero italogreco, almeno
relativamente alla Sicilia. Infatti, la ben più nota iscrizione presso il
portale di ingresso dei SS. Pietro e Paolo di Agrò sembrerebbe successiva,
essendo stata realizzata solo 50 anni dopo. Della torre campanaria menzionata
nel tipikon dell’abate Gregorio, poco si può dire. E’ infatti possibile
osservare una struttura turrita che affianca la chiesa. Tale edificio, però, è
frutto di un intervento edilizio promosso nella seconda metà del Settecento.
Non è tuttavia impossibile che la nuova torre abbia semplicemente preso il
posto di quella originaria, possibilmente inglobandone i resti. Il ricordo
della torre presso il testamento dell’abate è importante anche perché conferma
l’esistenza di strutture turrite nei monasteri basiliani dell’isola. Strutture
che certamente avevano la duplice funzione di ospitare le campane o il
“semantron” e di ospitare vedette in
situazioni di pericolo durante periodi di incertezza politica e sociale.
Purtroppo, tra tutti i monasteri medievali dell’isola nulla rimane o quasi
delle originarie strutture turrite. Un’eccezione parrebbe essere il misero
rudere presente ad est delle absidi della chiesa di S. Maria della Stella di
Spanò, tra Randazzo e Adrano, complesso monastico cistercense databile alla
seconda metà del XIII sec. d.C.
Cronologia - 1090 (data di
fondazione); 1866 (abbandono del monastero da parte dei monaci
benedettini)
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Testi e fotografia - Giuseppe Tropea
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